1° classificato – cat. Scuola Secondaria 2° grado

Miriam Lacerenza e Silvio Sorbera

Miriam Lacerenza e Silvio Sorbera

 

 

ANGELI DI LEGNO – racconto

Un soggetto narrativo di eccellente creatività supportato da una scrittura descrittiva sopraffina, accurata ed immaginifica. L’inaspettato crescendo drammatico capovolge i toni favolistici per tingersi di angoscianti accentazioni horror pur senza mai cedere il passo a stereotipate trattazioni e mantenendo alta la raffinatezza dello stile.(dal Verbale di Giuria)

 

 

 

ANGELI DI LEGNO

di

Silvio Sorbera e Miriam Lacerenza

ITES Paolo Dagomari – Prato

 

Era il suo turno. Il Signor Batuffolo aveva già parlato e così il Sergente. Altri avrebbero parlato dopo di lui. Carina Bellosguardo sbatté gli occhioni di vetro e gli si rivolse: – Avanti, raccontaci una storia –  Nella soffitta si fece silenzio.

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Era inverno, un freddo inverno, di quelli che spazzano le strade con venti gelidi e impietosi e nascondono il mondo sotto una spessa coltre bianca, rendendo il cammino difficile e insidioso. Pochi si avventuravano fuori, con quel gelo, e il silenzio la faceva da padrone, se si eccettuava l’incessante rumore del vento. Nonostante tutto ciò, un carretto avanzava nella neve alta, ondeggiando per le vie, trascinato stancamente da un cavallo pezzato; la neve gli imbrinava la criniera bianca, e una nuvola di vapore si condensava davanti al muso ad ogni respiro. Sul retro del carretto era montato un modesto baracchino, anch’esso velato da un sottile strato di neve. A cassetta sedeva un uomo, coperto da capo a piedi. Manovrava le redini con abili mani e lunghe dita, e osservava la via con occhi azzurri come il cielo e freddi come le stelle. Quell’uomo era un burattinaio.

Nel paese c’era aria di festa. La gente usciva dopo mesi di gelido isolamento, anche se la neve ricopriva ancora le strade. Era arrivato il teatro dei burattini, in piazza, ed era l’unico svago che potesse distrarli dal rigore di quell’inverno. I bambini sciamavano avanti, gridando e facendosi gridare dietro dai genitori. Quella massa indisciplinata diventò docile come un gregge non appena il sipario del teatrino si aprì. – Signore e signori – intonò una voce. – Miei cari bambini, ecco a voi il teatro dei burattini – Meraviglia! Una folla di marionette scese dall’alto, ognuna più bella, curata e realistica di quanto chiunque potesse mai aspettarsi di vedere; i volti erano lisci come porcellana e altrettanto bianchi, i capelli morbidi e lucenti, gli occhi accesi e brillanti. Il burattinaio era eccezionalmente bravo, riusciva a muovere molte marionette nello stesso momento, e i movimenti di ogni bambola erano impeccabili. Sembrava di veder recitare degli attori, e non muoversi dei burattini. All’illusione contribuivano anche le voci: erano l’una diversa dall’altra, una grave, una acuta, un’altra roca. A volte le voci si sovrapponevano, come se il burattinaio non fosse solo. I bambini erano estasiati, i genitori inquietati. Quando lo spettacolo finì, ciò che l’intero pubblico serbò nei propri ricordi non fu tanto la trama della scenetta, né le battute, ma l’aspetto unico, incredibile di quelle marionette. La gente si allontanò dal teatrino, rumoreggiando, ansiosa di tornare al caldo del proprio focolare. Solo un bambino rimase al proprio posto, un piccoletto dai capelli corvini e dai grandissimi occhi di smeraldo. Egli, più dei suoi compagni, era rimasto affascinato dai burattini, e tutto ciò che il suo cuoricino desiderava era poterli rivedere. Perciò rimase dov’era, mentre il burattinaio chiudeva il sipario e si ritirava nel suo carretto per prepararsi alla notte. Il bambino vi girò intorno, avvicinandosi al cavallo, senza riuscire a togliersi dalla mente gli sguardi delle marionette. Mentre accarezzava distrattamente il pelo del pezzato, si accorse che l’entrata dietro la cassetta era aperta. Forse il burattinaio aveva dimenticato di chiudere. Si chiese se non dovesse avvertirlo, giravano brutte persone, di notte. Entrò, cercando di non fare rumore. L’interno era immerso nell’ombra, e solo poca luce filtrava da uno spiraglio tra due assi sconnesse. Ogni buon proposito che il bambino si era posto svanì quando vide i burattini tutti ordinati, seduti l’uno accanto all’altro, su un alto scaffale, coi piedi che sporgevano nel vuoto. Avanzò, come in sogno, e sfiorò con la manina il piede di una marionetta dai capelli biondissimi. Era molto liscia al tatto e il bimbo si beò della sensazione che gli lasciava fra le dita. – Ti piace quella bambola? –

Il bambino trasalì, impaurito. Il burattinaio stava davanti a lui, e lo guardava con quegli occhi azzurri come il cielo e freddi come le stelle. L’uomo alzò le mani: – Non volevo spaventarti. Dimmi, come ti chiami? –

– M-Michel, — rispose il bambino con un filo di voce — signore –

Il burattinaio gli si avvicinò piano, per non allarmarlo.

– Sei qui per le marionette, Michel?

Il bimbo non rispose, con gli occhi grandi di paura. L’uomo si accostò allo scaffale, prese con delicatezza il burattino biondo e lo avvicinò a Michel. Glielo porse, chiedendo: – Ti piace questa? Michel annuì, trattenendo il respiro davanti alla bellezza della bambola. Con timidezza toccò di nuovo il piedino nudo. Il burattinaio, sorridendo, gliela mise in braccio. Il bambino si perse in quei riccioli morbidi e nell’intensità del blu di quegli occhi, profondi e luminosi. Il burattinaio, dal canto suo, contemplava il bambino allo stesso modo. Gli si rivolse ancora: – Vuoi vedere un’altra cosa? –

Michel, più tranquillo, annuì. Il burattinaio accese una candela, chiedendogli di chiudere la porticina. Quando il bambino ritornò, impaziente, l’uomo si allungò sullo scaffale e con dolcezza prese un burattino che Michel non aveva notato. Non aveva nulla della grazia dei suoi compagni, era solo un semplice scheletro di legno ancora incompleto. Gli occhi erano due orbite vuote, il cranio liscio, gli arti grottescamente abbandonati sui fianchi. Michel si ritrasse quando l’uomo glielo avvicinò.

– Non ti piace, eh? — sorrise lui — Eppure anche il tuo preferito un tempo era così. Tutti loro Io erano. – Abbracciò con un gesto l’intero scaffale.

– Tutti erano brutti e sgraziati come questo. Poi dei piccoli angioletti sono venuti ad abitarli, e guarda quanto sono belli adesso! Guarda, ti faccio vedere –

Avvicinò il burattino alla debole fiamma della candela, così che Michel potesse vedere bene un piccolo sportello al centro del petto di legno. Sullo sportellino si notava poi una serratura minuscola. Il bambino vi passò un dito sopra, con aria di meraviglia.

– Cos’è questo? — chiese. Con un gesto fluido, il burattinaio gli mostrò una chiave dorata, e gliela porse. La chiave si incastrò perfettamente nella serratura, e lo sportello si aprì senza rumore, rivelando una cavità vuota e asciutta.

– E’ qui che abitano gli angioletti? — chiese Michel al burattinaio.

L’uomo annuì, e aggiunse: – Dentro tutte queste bambole c’è un piccolo cuoricino. E’ per questo che sono così belle. Il cuoricino è la parte più importante, non cambia mai. Ogni tanto le marionette si rovinano, e devo cambiar loro la pelle smagliata, o un occhio scolorito. Ma il cuore rimane sempre, l’angioletto è sempre lo stesso –

Michel passò la manina sul cranio di legno. — Ha già un nome? — chiese.

– Non ancora. Vuoi darglielo tu? –

Il bambino guardò le orbite vuote e sussurrò: — Testadilegno –

– Che bel nome, Michel. Vorresti aiutarmi a finirlo? –

Michel si girò verso di lui, il volto illuminato dalla felicità. Annuì.

– Molto bene –

Gli tolse dalle mani il burattino di legno, rimettendolo al suo posto. Michel continuò a contemplarlo, mentre il burattinaio gli girò intorno, gli mise una mano sulla spalla esile. Prima che íl bambino potesse muoversi, l’uomo gli mise l’altra mano sulla bocca e sul naso. Michel mugolò, terrorizzato, cercando di liberarsi dalla presa del burattinaio.

– Sssh — lo zittì, mentre il bambino soffocava. — Sta’ buono, angioletto –

L’uomo adagiò il cadavere con la delicatezza di una madre. Gli accarezzò il volto, dolcemente. Estrasse una custodia di legno. Quando la aprì, la luce della candela si rifletté sulle lame di tre coltelli di dimensioni differenti. Ne prese uno, il più sottile di tutti. Ne ammirò il filo d’argento alla luce, e il modo in cui la lama spariva dì profilo. Posò la punta sulla fronte esangue e cominciò a tracciare il contorno del viso. Aiutandosi con un secondo coltello sollevò la pelle dal tessuto sottostante, ignorando il sangue che colava sul piano. Adagiò il volto di pelle su un vassoio d’argento. Ripeté l’operazione con le mani, i piedi e il resto del corpo. La lama d’argento, ormai lorda, danzava sul corpo inerme del bambino. Recuperata la pelle e lo scalpo, l’uomo si impossessò degli occhi. Ripulì tutti i tessuti dal sangue, sciacquandoli delicatamente. Prese il burattino di legno e lo appoggiò davanti a sé. Ne aprì la cavità. Il cuore vi prese posto.

Quando si svegliò, Michel si sentì stranamente leggero. Sentiva di essere sdraiato, ma non riusciva ad avvertire alcuna superficie sotto di sé. Vedeva lo scaffale sul quale sedevano le marionette. Tutte in ordine, l’una accanto all’altra, tenevano lo sguardo fisso su di lui. Per la prima volta vi lesse del dispiacere. Confuso, cercò di alzarsi, o di muoversi, ma entrambe le cose si rivelarono impossibili. Se aveva un corpo non lo sentiva. Un rumore al suo fianco attirò la sua attenzione, un suono di metallo contro legno. Non riusciva a voltare la testa, perciò non poté verificarne l’origine. Due mani entrarono nel suo campo visivo. Le dita lunghe, da pianista, si stavano liberando di un paio di guanti. Le mani sparirono di nuovo, e Michel si sentì sollevare. La testa gli ciondolò incontrollabile sul petto. Sotto di sé vide un corpo inerte che ondeggiava nel vuoto, e il pavimento di legno che si avvicinava e si allontanava. Ancora più sotto, un paio di piedi avanzavano, e il loro movimento si trasmetteva al corpicino immobile. I piedi si fermarono, e anche i piedini del piccolo corpo toccarono terra. Michel vide che vi spuntavano dei fili sottili. La sua testa si sollevò all’improvviso, e i suoi occhi si concentrarono sullo specchio davanti a sé. Se avesse avuto una bocca avrebbe urlato. Il corpo che aveva visto ondeggiare e sballottare era il suo, rivestito di pelle chiara, governato da fili lunghissimi. Gli occhi, i suoi occhi di smeraldo, lo fissavano inorriditi, soffermandosi sui suoi capelli neri. Una mano si abbassò ad accarezzargli la guancia liscia.

– Visto, Testadilegno? — disse una voce flautata. — Adesso sei bellissimo –

Michel avrebbe voluto piangere, ma i suoi occhi non gli appartenevano più. Più in alto, altri occhi lo stavano ammirando, occhi azzurri come il cielo e freddi come le stelle.

Testadilegno terminò. Intorno a lui, gli altri giocattoli, ammutoliti, lo fissavano. Gli sguardi di tutti erano concentrati sullo sportello al centro del suo petto. Il Signor Batuffolo si schiarì la voce. — Non è mica una storia vera? — chiese con voce tremula. Il burattino sbuffò: – Secondo voi? — Qualcuno cominciò a ridacchiare, i più si rilassarono. L ‘atmosfera nella soffitta si rasserenò. Non Michel.

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