2° classificato – cat. Scuola secondaria 1° grado Friuli Venezia Giulia

 

 

UNA LETTERA DAL FRONTE – racconto

Un testo epistolare, quasi biografico, drammaticamente vivido e realistico redatto da un soldato al fronte durante la Prima Guerra Mondiale. Sebbene all’apparenza possa sembrare oltremodo lungo e a tratti contraddittorio (la certezza di morire, la sicurezza di vivere, l’accordata preferenza alla morte in guerra), in realtà denota l’ambivalenza mutevole dei sentimenti del protagonista e la necessità di proiettare e prolungare, attraverso la scrittura, la compagnia del destinatario (la madre e, di riflesso, la fidanzata). Interessante e ben intessuta è poi la figura di Giuseppe Ungaretti, suo compagno in trincea, geniale espediente stilistico per intrecciare altre suggestioni letterarie. Infine, il racconto contemporaneo e lo sconcertante epilogo è di sorprendente impatto. (dal verbale di Giuria)

UNA LETTERA DAL FRONTE

di Luna Mattioz

Istituto Comprensivo di Maniago

  “…

 

                                                                                                San Martino del Carso, 2 settembre 1916  

 Mamma carissima,                                                                                                                  

 

 ti scrivo questa povera lettera da San Martino del Carso. Siamo qui già da una decina di giorni o poco più, sto perdendo la cognizione del tempo. Passiamo molto tempo qui, in trincea, fermi, senza fare niente. Delle volte giochiamo a carte, c’è chi intaglia il legno, chi sta a pensare a chissà cosa, forse alla vita di prima. Molti miei compagni scrivono lettere ai propri cari, a quei pochi rimasti, come sto facendo io. Troppe persone hanno perso la vita, veramente troppe. Anche i feriti sono tantissimi, per fortuna io non mi sono fatto niente di grave, fin ora. Spero di uscire vivo da questa guerra, non posso morire adesso. Già un anno è passato, un lungo anno senza di te. La guerra è una cosa brutta, davvero. Non immaginavo fosse così difficile qui, forse ero troppo infantile, credevo che il mondo fosse tutto rosa e fiori. E invece no. Il cibo delle volte scarseggia, immagino che anche lì, da voi, sia dura. Darei tutto quello che ho per tornare alla vita di prima, anche se la ritenevo orribile. Solo adesso capisco, ma adesso è troppo tardi.                                                                                       Ieri due ragazzi, di circa la mia età, hanno provato a scappare, erano lontani da noi, potevano farcela, ma il comandante li ha visti e li ha puniti, mettendoli fuori, davanti alle trincee, allo scoperto. Loro due, da soli, soli insieme alla loro paura, una mitragliatrice in mano. Il comandante ci ha detto di guardare, che sarebbe stata una punizione esemplare. Beh, mi permetto, che bell’esempio, veder morire due ventenni, dissanguati, i tedeschi li hanno colpiti, minimo mille volte l’uno. Maledette mitragliatrici. Maledetto comandante. Maledetta guerra. Io non so più che mondo sia questo, non lo riconosco. Perché un uomo dovrebbe mai uccidere un altro uomo? PERCHE’? Ho paura di morire, dev’essere doloroso. Posso sembrare un debole, alcuni dicono che sembro una donna, solo perché piango. Io ho detto loro di non insultare le donne, di non ritenerle inferiori, perché se non fosse per voi qui non si combatterebbe nessuna guerra, moriremmo tutti. La morte però dev’essere qualcosa di naturale, causata dal tempo. Non devo morire qui, al freddo, a causa di un proiettile infilzato nel cuore. Devo morire al calduccio, nel mio letto, da vecchio. Ho solo ventitré anni, e una vita davanti. Voglio sposarmi con Angelica, voglio avere tanti bambini con lei, voglio tornare a fare il mio vecchio lavoro, guadagnare una miseria e fare fatica per avere quel poco denaro, ma essere comunque felice, felice di avere una madre, felice di avere una moglie, felice di avere una famiglia, felice di avere una vita, e aria nei polmoni. C’è chi dice che vinceremo la guerra, per me è indifferente. A cosa serve vincere la guerra se poi non hai più amici, non hai più parenti, oppure non hai più la vita? Qualcuno me lo deve spiegare, se Dio esiste perché non ci aiuta? Tu lo sai mamma, io credo molto in Dio, sono un uomo molto fedele a lui. Il punto però è che non capisco perché se ne resti a guardare e ad aspettare di vederci tutti morti. Forse ti sto rattristando con questa lettera, ma non voglio illuderti: potrei non farcela. Sono stato troppo diretto, lo so, è che voglio metterti al corrente di come sto. Io non ho più forze, non credo di arrivare fino alla fine. Lo spero, per l’amor del cielo, ma forse sarebbe meglio se morissi. La morte può essere una grandiosa avventura. Vorrei tornare piccolo, vorrei essere come Peter Pan. Non sai chi è Peter Pan, credo. Me lo ha spiegato un ragazzo, un tipo un po’ strano che sta sempre a scrivere, ma non per inviare lettere ai parenti, scrive poesie. Si chiama Giuseppe Ungaretti se non sbaglio, avrà una trentina d’anni. Devo ammettere che è simpatico, anche se di prima vista mi è sembrato un ragazzo un po’ depresso, deluso, non riesco a trovare le parole giuste per descriverlo. Ha deciso di andare in guerra volontariamente, credo se ne sia pentito. Mi ha raccontato di questo personaggio, Peter Pan, ha detto che si tratta di un bambino che sa volare e che non cresce mai, non diventa adulto, mi ha detto anche che questo bambino vive in un’isola dove ci sono le sirene, gli indiani e i pirati, mi ha raccontato anche altre cose riguardo Peter, ma non me le ricordo con precisione, dice che l’inventore di questo bambino sia uno scozzese, di nome James, può essere? Non so come faccia a conoscere questa storia, forse questo signore è un suo amico. Ricordo che un giorno, all’inizio della guerra, si è messo a scrivere nel bel mezzo della notte. Credo fosse la notte prima della vigilia di Natale. Io ero a pochi metri da lui, cinque o sei. Mentre il suo pennino sfiorava il foglio, bisbigliava qualcosa sotto voce, immagino stesse pensando e parlava senza accorgersene, forse pensava a quello che doveva scrivere. Ho sentito una frase soltanto: “Non sono mai stato tanto attaccato alla vita”. Ci ho riflettuto su parecchio, prima di capire il significato di quelle parole. Ma ora so cosa intendeva. Voleva dire che capisci quanto fosse bella la vita di prima solo quando sei in guerra, capisci quanto valga la vita in sé solo quando è continuamente in pericolo. E’ questo che mi fa paura, potrei morire da un momento all’altro, anche in questo istante, potrei lasciare la lettera a mezzo, che sarebbe poi ricoperta dalla terra delle scarpe dei soldati che la calpesterebbero, e a te mai arriverebbe. Il mio pensiero fisso siete tu e Angelica. Mi sento triste e solo, ho finito le parole. Il fatto è che i continui bombardamenti mi hanno reso sempre più povero, sono così confuso e stanco che non mi escono più parole dalla bocca, avrei mille cose da dirti, ma non trovo il coraggio. Non che ci voglia coraggio a parlare, ma ci vuole coraggio a ricordare. E’ una cosa difficile, sembra quasi che io soffra di qualche strana malattia, nella mia mente richiamo solo gli avvenimenti più recenti. Non lo so, davvero, mi sento vuoto, triste. Le parole mi sfuggono dalla testa, i miei pensieri sono sotterrati dal rumore assordante delle bombe, la mia vita è sospesa su un filo sotto al quale c’è un precipizio. Ti starò annoiando con tutte queste parole inutili, ma sappi che ti voglio bene, mamma, forse ce la farò. Non vedo l’ora di riabbracciarti, un giorno. Un giorno lontano forse, se morirò sappi che è il destino che l’ha voluto. Ci incontreremo in un mondo migliore magari, in paradiso, e potremo  vivere per sempre lì, lontani dalle crudeltà della vita, per sempre beati tra Dio. Ricordati di salutarmi Angelica, dille che riuscirò a sposarmi con lei, potrebbe non essere vero, ma ti prego, rassicurala, dille che sto bene e che presto tornerò da lei. Ce la devo fare, ce la devo fare per lei. Agenore mi manca molto, alcuni miei compagni mi hanno detto che è morto, non so se sia vero, prego Dio che non sia così. Se riuscirò a sopravvivere, non so come farò a tornare alla mia solita vita. Il papà è morto, Annamaria anche, Giacomo, mi manca tanto il mio amato fratello, pure, tutti mi hanno abbandonato. Ora loro sono tra le braccia di Dio, a giocare con angeli dai riccioli d’oro. E io sono qui, a soffrire, le lacrime bruciano sulle ferite. Vorrei mollare, ma non posso. Non sarebbe giusto lasciare i miei compagni da soli a crepare, senza dignità, come cani abbandonati. Se proprio devono morire,  io devo farlo con loro. Lotterò fino all’ultimo respiro. E’ una promessa, credimi.  Già un’ora è passata, da quando ho iniziato questa lettera. Adesso siamo in un momento calmo. Il poeta, Giuseppe, è ancora lì a scrivere, in effetti non lo vedo mai fare altro. Ha sempre il suo pennino in mano, poi prende un pezzo di carta dalla tasca della divisa, si sistema per bene e per ore e ore non lo vedo fare alcuna altra cosa. Giovanni, un altro soldato, sta immobile tutto il tempo. Tra le mani tiene una foto. Forse è della moglie, forse è della figlia, forse è del fratello, forse, forse, forse. Forse questa lettera ha troppi “forse”. Ma è questo il punto. Il forse indica qualcosa che non è certo, qualcosa di non assicurato, come la nostra vita, misera. Anche la vita di voi donne lì è in pericolo, state attente.       Bada bene alla nonna, non è già andata in paradiso, vero? Luisa sta bene? Ti prego, madre, raccontami di tutte le persone che conosco. Voglio sapere come stanno, devo assicurarmi che loro siano ancora in questo mondo. Immagino che lì ci siano pochi uomini, dovete badare l’una all’altra. Non avete più spalle su cui piangere i morti, siete troppo deboli. Io ringrazio infinitamente tutti voi donne, senza di voi credo proprio che non potremmo andare avanti per molto. Il mio cuore e la mia testa sono lì, a casa, con voi. Ricordati che se hai bisogno di supporto, di qualcuno con cui parlare, io sono sempre qui. Se vuoi, scrivimi tutti i giorni, non ha importanza anche se mi saluti solamente, l’importante è che tu sappia che io ci sono ancora. Ancora una volta te lo chiedo, salutami tutte le persone che conosco, assicura alla piccola Angelica che io ci sono ancora, dille che la amo molto. Ti voglio molto bene, madre mia. Ti auguro tutti i beni di questo mondo, che Dio ti benedica. Ti ringrazio molto. Spero di rivederti presto, ma queste potrebbero essere le mie ultime parole. Ti abbraccio mamma, a presto, scrivimi.

                  Con il cuore, tuo figlio Geremia

 … ”

  Questa lettera, però, non ricevette mai una risposta. Io speravo tanto in una sua risposta, ho atteso per tre lunghi mesi. Giorno e notte pensavo a mia mamma, anche quando ero impegnato a sparare. Alla fine, ero vivo grazie a lei, era lei la ragione della mia vita. Lei e …”

“Lei e chi? Lei e chi? Dimmelo, dimmelo babbo!”

“Dopo, Wendy, dopo. Ricordo che il 5  gennaio del 1917, arrivò un uomo e mi diede un messaggio: la nonna si era suicidata. Disse che rifiutava nel modo più assoluto il cibo, voleva morire. Tuttavia riuscirono ad alimentarla, ma lei non voleva mangiare. Qualche giorno prima che mi dessero la brutta notizia, lei afferrò un coltello. Uno di quelli che usa sempre la tua zia, proprio uguale. Quello tagliente, il più tagliente. Col manico in legno, uno di quelli che trovi solo in pochi negozi. Lei aveva coraggio, molto coraggio, e poca voglia di vivere. Perforò il cuore, il suo cuore, fuori per fuori. Al suo funerale, non ci andai, ero in guerra. Quando finalmente mi lasciarono tornare a casa, mi sembrava vuota. La sua camera era intatta, così come  l’aveva lasciata. E sul letto, la lettera, la mia lettera, la lettera che ti ho appena letto. E alla fine un appunto, così, scritto velocemente, guarda qua, questo.

Ti voglio bene. Prenditi cura di Wendy.   Firmato, mamma e Angelica

“Angelica? La mamma? Ma..allora, anche lei è un angelo.”

“Sì, tesoro, sì. Non sapevo che tu fossi nata, hai passato poco tempo con la mamma, qualche mese. E ora, da dieci lunghi anni, stai con me.”

Non dissero altro, restarono abbracciati, per un po’. Un minuto, due minuti, tre minuti, un’ora. Si volevano bene, ma il padre non poteva sopportare quel dolore. Wendy si era addormentata. Lui si piegò giù, prese qualcosa da sotto il letto. Quel coltello, ancora quel coltello, quel coltellaccio. Lo tenne stretto in pugno, la vena che pulsava, e abbracciò la figlia, di nuovo. E in un colpo, un solo colpo, quel coltello uccise due persone, in silenzio, neanche un grido di dolore. Adesso anche loro erano con la mamma, e la stanza fu improvvisamente vuota. Sola con il coltello, un coltello sporco di sangue, più che sporco, di sangue. E il sangue sembrava bello, da quel punto di vista. Era bello. Ma il sangue si stava raffreddando

Erano tutti insieme, ora.

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