IL CANTO DELL’ANGUANA

di Matteo Valan

Liceo Scientifico Statale E. Torricelli

Era un freddo pomeriggio di febbraio e Giulio, in sella alla sua mountain bike Cannondale, pedalava veloce verso l’officina del nonno Guido. Avvolto in un caldo Woolrich e ascoltando a tutto volume la musica dal suo lpod, si divertiva a emettere piccole sbuffate di vapore, come se fosse un vecchio treno.
Giulio era un ragazzino di quattordici anni, aveva i capelli rossi e ricci, gli occhi furbi e le lentiggini. Anche quel giorno avrebbe preferito giocare in camera sua con la Playstation ma i genitori lo avevano costretto ad andare a trovare il nonno e, visto che a scuola aveva preso l’ennesimo brutto voto, non aveva nemmeno cercato scuse per restare a casa: dopotutto era meglio andare dal nonno che sentire i rimproveri della mamma.
L’officina del nonno Guido si trovava in un piccolo capannone, poco distante dal torrente Colvera, nel mezzo di una distesa di case monofamiliari colorate che erano cresciute attorno come fanno i funghi con le radici delle querce. Alla vista appariva come un grande cubo grigio con grandi finestre quadrate su tutti i lati e un piccolo fazzoletto di giardino. Fuori, sotto una tettoia di lamiera, c’era la cuccia di Max, un vecchio labrador che probabilmente aveva la stessa età dell’edificio. Arrivato, dopo aver sistemato con cura la bicicletta, Giulio aprì la pesante porta di legno, un po’ malandata e scricchiolante, ed entrò nell’officina. All’interno sembrava che il tempo si fosse fermato da qualche secolo: i muri erano molto ruvidi e neri per il fumo della forgia e per la polvere del ferro. I macchinari erano vecchi ma ben tenuti, gli attrezzi e le dime in perfetto ordine ma quello che più colpiva era l’odore penetrante di metallo e olio che invadeva l’ambiente, lo stesso odore che si respira in tutte le coltellerie di Maniago.
Il nonno Guido era un uomo alto e aveva un fisico ancora asciutto e muscoloso che nascondeva la sua vera età. Quel giorno aveva la barba leggermente incolta e gli occhi oscurati da un paio di occhiali tondi e sottili che usava solo in officina.
Quando vide Giulio stava armeggiando con la fucina. Da tempo aveva sostituito quella antica a carbone di legna con una più moderna a gas. Un bel sorriso gli illuminò il volto e gli fece inarcare le folte sopracciglia bianche. Avvicinò anche le sue mani grandi, piene di calli e di piccoli tagli, al volto di Giulio per fargli una carezza ma questi, per il timore di sporcarsi, pensò bene di tenersi alla giusta distanza.
Giulio non era minimamente interessato a scambiare due chiacchere con il nonno, e nemmeno al suo lavoro: dopo aver imprecato per il fatto che nell’officina non ci fosse una rete wifi disponibile si mise in un angolo e cominciò a scambiare messaggi via WhatsApp con i suoi amici. Era l’unica cosa che gli permetteva di far passare velocemente il tempo in quella prigione, come la chiamava lui.
Il muro di silenzio tra i due venne interrotto dal nonno che aveva tolto le lame roventi dalla fucina e si accingeva a temprarle.
“Ascolta Giulio” — disse con voce calma: con una lunga tenaglia prese una lama e la immerse nell’acqua contenuta in una vecchia vasca di legno. Tscccchhhhhhh. Giulio, intento a rispondere all’ennesimo messaggio, senza nemmeno distogliere lo sguardo dal suo lphone rispose con un tono saccente e annoiato “Sì nonno, è il rumore che fa il ferro caldo quando lo raffreddi con l’acqua”. Il nonno, stizzito dal tono di quella risposta, prese un’altra lama rovente e, con voce ferma e severa ripeté: “Ascolta bene Giulio!”.
Questa volta Giulio, sorpreso per l’inaspettato tono della voce del nonno, prestò maggiore attenzione. Tscccchhhhhhh. Sentì, in quel momento, un brivido freddo attraversargli tutta la schiena, i capelli irrigidirsi come se fossero diventati dei fili di ferro e, balbettando per la paura e per lo stupore disse: “Ma, ma, mi-mi ha-ha sus-su-sur-ra¬to!”. Il nonno scoppiò in una fragorosa risata e, ripreso il suo tono calmo e rassicurante, disse: “E’ il canto dell’anguana!”. Felice per aver finalmente attirato l’attenzione del nipote e orgoglioso di poter insegnargli qualcosa, gli chiese: “Sai cosa sono le anguane, Giulio?”. Giulio, ancora stupito e incredulo per quello che era successo, si ricordò di quando, ai tempi delle scuole elementari, la maestra aveva portato la sua classe a vedere una mostra sulle anguane vicino alla piazza e, quasi sollevato, come quelle rare volte in cui a scuola veniva interrogato e sapeva la risposta, disse: “Sono delle creature mostruose che…”. Il nonno Guido lo interruppe subito e continuò “Non sono sempre state creature mostruose, un tempo le anguane erano bellissime fanciulle che vivevano nei boschi vicino a fonti e a ruscelli. Erano le protettrici dell’acqua. Qui cantavano, danzavano e incantavano gli uomini, con cui vivevano in armonia e a cui hanno insegnato tanti mestieri.
In una bellissima notte stellata di primavera accadde però un fatto straordinario e allo stesso tempo terribile: una stella cadente portò con sé un piccolo frammento di metallo che finì proprio nella valle del Colvera. Era solo un piccolo frammento di metallo grande poco più di una noce ma aveva una lucentezza che nessuno prima di allora aveva visto. Le anguane lo raccolsero e decisero di farne un ciondolo che si rivelò essere molto potente: infatti l’anguana che lo possedeva era destinata a comandare sulle altre. La brama di potere e il desiderio di possedere quel ciondolo trasformò le anguane in creature orrende, vendicative e maligne con gli uomini. Lasciarono i boschi e si rifugiarono nelle umide grotte da dove uscivano solo di notte. Una di loro, Armelle era il suo nome, per amore del genere umano decise di rubare il ciondolo e di nasconderlo dove nessuno lo avrebbe più potuto trovare. Solo in questo modo, pensava, le anguane e gli uomini avrebbero ritrovato l’armonia. Per non rivelare a nessuno il nascondiglio si immerse nelle gelide acque del Colvera e, prima di scomparire, vide per l’ultima volta la sua immagine riflessa nell’acqua: era quella di una bellissima fanciulla, perché bellissima era Armelle nell’anima. Le altre anguane continuarono, incessantemente, la disperata ricerca del ciondolo, sino a quando, alla fine, si estinsero.
Il ciondolo fu ritrovato solamente moltissimi secoli dopo, verso la metà del milletrecento, da un contadino mentre lavorava le aride terre dei magredi. Si dice che quelle terre fossero state, un tempo, grasse e fertili. Quel contadino si chiamava Angelo, e il suo nome rispecchiava tutte le sue qualità: era conosciuto da tutti per la sua simpatia e la sua infinita gentilezza e bontà d’animo. Non prestò molta attenzione a quello stano oggetto e si limitò a riporlo nella sua stalla certo che un giorno gli sarebbe potuto tornare utile per qualcosa. Di lì a poco, però, anche lui, come era già successo alle anguane, diventò prepotente e, visto che più brutto di così non poteva essere, scortese. In breve tempo perse tutti gli amici e si ritrovò da solo.
Durante una notte funestata da tuoni e fulmini e da un forte vento che fischiava tra gli alberi e faceva sbattere gli scuri Armelle gli apparve in sogno e gli ordinò di liberarsi subito di quell’oggetto. Impaurito da quella visione, la mattina successiva, di buonora, il contadino portò il ciondolo dal fabbro del paese e gli chiese di fonderlo. Questi lo immerse in un grande forno a fossa in cui già ribolliva una grande quantità di ferro frammisto a scorie di carbone. Il ferro proveniva da una antica miniera della valle. Ci vollero giorni e giorni e l’ausilio di un enorme mantice per fonderlo. Alla fine il fabbro utilizzò quel ferro fuso per realizzare falci, coltelli e altri arnesi per i contadini. Per temprarle le immerse nell’acqua del Colvera e lo spirito di Armelle, che non aveva mai abbandonato il torrente, cancellò per sempre la maledizione. Gli arnesi che il fabbro realizzò erano di un metallo così fulgido e resistente che il fabbro – che si chiamava Linussio – e il suo paese, che ora si chiama Maniago, diventarono famosi in tutto il mondo”.
Finito il racconto il nonno Guido riprese tranquillamente il suo lavoro, ma Giulio, rimasto affascinato e incuriosito dal racconto, gli chiese “Ma che fine ha fatto l’anguana?” Il tono della voce del nonno cambiò nuovamente: adesso era quasi triste e malinconico.
“Il nobile spirito di Armelle — rispose — protegge ancora il Colvera e ogni volta che un fabbro tempra il metallo con la sua acqua Armelle canta e una parte della sua anima si fonde con il metallo. Qualcuno dice anche di averla vista danzare sotto una cascata del torrente avvolta da una nebbia di colore cangiante”.
Giulio capì che quel “qualcuno” era proprio il nonno Guido ma non ebbe mai il coraggio di chiederglielo.
Da quel giorno Giulio andò quasi ogni pomeriggio a far visita al nonno per ascoltare il canto dell’anguana e gli altri racconti del nonno. Spesso con lui portava anche i suoi amici.
Il racconto del nonno Guido forse è solo una leggenda ma una cosa è certa: chi entra nella sua officina non esce più com’è entrato.

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