CIAO, PAGLIACCIA!

di Caterina Lavagnini

ISIS CARDUCCI DANTE Trieste

Una bambina mi afferra le mani e insieme giriamo in una ruota di stoffe e tessuti. Gemma cambia canzone, affidando all’aria un ritmo incalzante che genitori e bambini intonano insieme in un confuso sovrapporsi di parole. “Ciao, bambini, ciao!” Tante mani si alzano e io le accarezzo, ma al tatto risultano taglienti, come a ricordarmi la lama che dovrò impugnare. Una mamma mi ferma lungo il corridoio. “Grazie, Sam: hai fatto più bene a me che a loro”. L’abbraccio e torno nello spogliatoio. Abbandono gli strumenti del mestiere: bolle, palline, orsetti, caramelle e un po’ di speranza. Niente bisturi per ora.
Mi vesto dei miei soliti stracci, disperdendo quel poco di conforto che, con il lavoro, aveva occupato la mia mente. Saluto Gemma. Era una paziente qua, rimase incantata dal nostro impegno e decise che avrebbe continuato a resistere, solo per poter diventare parte di questo progetto. Salgo i gradini, seguendo i disegni sul muro. L’ascensore non lo posso usare: in qualche modo si deve portare rispetto per coloro a cui è riservato l’utilizzo. Sollevo il mio peso lentamente, facendo girare i meccanismi che mi compongono. Fischietto tra me e me il ritmo intenso di prima, quasi a voler tenere in vita l’emozione. Mi avventuro nella mensa, tra bambini forzati a mangiare, mamme trasportate dal pianto che si rifugiano in una tazza di caffè, flebo accompagnate da corpi esangui, occhi rossi e rughe precoci. Acciuffo un piatto di pasta con il sugo, se così si può definire la solita pietanza scipita dell’ospedale. Con le posate appuntite sazio il mio bisogno fisico. Da qualche mese devo costringermi a mangiare, ripetendomi nella mente, come quel carillon della nonna sul comodino, le stesse parole con cui convinco anche i bambini più restii. Una piccola paziente mi sorride e si tocca il naso: ripeto il suo gesto, credendo voglia approcciarsi a me, interagendo in un linguaggio segreto. Mi accorgo solo adesso invece, che accarezzo il mio naso rosso. Rido e le sussurro un “grazie” con le labbra. Poso l’oggetto di gommapiuma accanto al bicchiere, in modo che sia possibile vedere riflesso sia il mio volto, sia quello speciale strumento di lavoro. Osservo la mia vita in bilico insieme a questo naso, come se fossi parte del pubblico che osserva un film, il mio. È una storia senza effetti speciali, senza colori, se non il rosso, il solo suono delle lacrime cadute e di quelle trattenute, delle risate spuntate da un viso triste. La pasta si sta incollando, ma la insaporisco con un pezzo di carne. Affondo la lama nel muscolo ed esce il sugo, come scura lacrima. Mi accendo una sigaretta nella terrazza. Vedo un’altra donna che infrange uno dei troppi duri divieti imposti dalla clinica: “Non dovrei, ma ne vuole una?” le porgo il pacchetto. Ha gli occhi stanchi, i capelli raccolti frettolosamente in una coda la mattina, a casa, quando hanno telefonato dall’ospedale con delle novità. Immagino. Ormai, dopo tanto tempo, capisco le preoccupazioni dei familiari dei miei pazienti dal modo in cui attorcigliano le dita delle mani, dal trucco più o meno curato sul viso, a seconda se l’intenzione è quella di nascondere proprio dolore, o quello di viverlo. Le mani della donna cercano conforto nella sigaretta che ha scelto. “A volte bisogna lasciarsi dare una mano .. ” le sussurro tra un’aspirazione e l’altra. “A volte vorrei avere metà della vostra forza” mi risponde. “Oh, non è forza… Quella la sto cercando da anni…” le sorrido. “Allora qual è il vostro segreto? Io non ce la faccio proprio più” e il suo corpo esile viene scosso da profondi sussulti. Le appoggio una mano sulla schiena. “Coraggio, non forza. Non mollare mai, non perdere la fiducia. Sfida la morte, anche se sembra così vicina. Piangi tanto. È giusto: lascia che le lacrime ti inondino i pensieri, la mente, la paura. Piangi tanto e, poi, ridi. Ridi come se la tua risata fosse un ruggito, come se scuotesse il tuo animo distrutto, ridi fino a quando tremerà la terra, ridi fino a quando ti graffierà la gola, fino a quando ti sentirai più libera di prima. Ridi. Fa’ ciò che tuo figlio non ha il coraggio di fare, ciò che la sua vita non ha il coraggio di donargli. Sii libera”.  Le apro la mano, dove appoggio un’altra sigaretta e un fazzoletto. Raggiungo il bagno e tiro fuori la mia trousse. Dalla cerniera faccio uscire un cerone bianco e una matita nera, poi un rossetto rosso. Stendo la fredda tempera bianca, ma delimito il candore con una spessa linea a contornare le mie labbra. Mi infilo il camice bianco, e sorprese dolci e inaspettate nelle tasche, in una mano le bolle e il mio sorriso come migliore barriera. Il bisturi lo lascio nella sua confezione. Non è ancora ora. “È arrivata la pagliaccia!” Accarezzo qualche guancia, cantiamo qualche canzone, trucco qualche piccolo viso, sorrido a quelli più grandi, non meno bisognosi di un sorriso. Bambini che trascinano flebo, flebo che trascinano bambini, bambini che iniziano a perdere denti, bambini che iniziano a perdere capelli, bambini che stanno per lasciarci nelle due vie possibili: sui propri piedi o su una barella infinita. Facciamo qualche giro sotto un ponte di bolle, improvvisiamo, io e Gemma ci guardiamo: oggi è una giornata soddisfacente, ma per me non è ancora finita. Siamo passate a vedere qualche piccolo paziente che non può alzarsi, come Carlotta, una bambina in coma da dieci mesi. Le abbiamo fatto uno spettacolo di magia e i suoi applausi mancati sono stati sostituiti dalle mani sudate dei suoi genitori. Maria e Leone ci hanno regalato un disegno: “Sono due fratellini coraggiosi!” ho detto alla loro mamma. Leone ha un tumore al cervello e sua sorella rifiuta di tornare a casa senza di lui. Trascorrono ogni notte insieme: lei, dapprima, dormiva su due sedie nel corridoio, poi, in seguito all’interessamento del caporeparto, la madre ha acconsentito a farla rimanere in ospedale durante tutto il periodo di cura del fratello. Infine ho salutato Gemma: non può essere presente durante la visita alla cameretta di Ginevra.
Busso due volte, poi tre. Mi risponde un “Aii” veloce. Entro silenziosamente “Signore e signori, bambine e bambini… e Ginevra” e mi inchino “Oggi
rimarrete strabiliati dalla incredibile velocità dello strabiliante corridore Bolt!!” applausi della piccola. Mi inginocchio, appoggiando i piedi sugli immaginari posti di blocco, tendo le braccia, sospiro e… “Oggi il nostro corridore attraverserà l’ospedale e arriverà in cucina, prenderà le fragole, tornerà indietro e… le mangerà insieme al pubblico! Bolt impiegherà dieci secondi per percorrere il tragitto!” “Pronti, partenza… VIA!”. Esco dalla stanza e sento Ginevra che conta il mio tempo, raccolgo il cestino che avevo appoggiato sulle gambe di una donna seduta. Tutti mi sorridono, non immaginano le urla dentro di me, che graffiano la mia pelle più sensibile. “Cinque, sei …” Respiro ed entro. “E Bolt ha concluso il suo giro in anticipo” “Viva Bolt!”. Come in ogni mia visita, appoggio delicatamente il mio naso rosso sul viso pallido della piccola. “È venuta la mamma, G?” “Sì.” So che sto trasgredendo le regole, ma per una notte, la nostra ultima notte, possiamo fare un’eccezione. Le sfilo la mascherina che le copriva la bocca e il naso. Le porgo una fragola. “Mi mancava il cibo vero.” “Immagino che la tua mascella sia un po’ addormentata”. Lanciamo le foglie nel cestino davanti al letto. “Dovrei avere paura?” mi chiede. “Immagino che debba essere tu a deciderlo.” “Io non voglio piangere. L’ho detto anche alla mamma che non deve piangere. Lei mi ha risposto piangendo più forte.” “Certe emozioni non si possono controllare, perché anche il proprio corpo deve potersi liberare.” Ginevra viene scossa da un attacco di tosse molto forte, che i suoi esili polmoni non riescono a soffocare. Le rimetto la mascherina ma non le tolgo il naso rosso. “Io non voglio piangere.” “A volte i nostri occhi devono essere lavati dalle nostre lacrime, per poter vedere il mondo con più chiarezza.” “Immagino di avere già abbastanza acqua nei polmoni…” E un altro colpo di tosse la costringe a volgere il capo lontano da me. Qualcuno bussa alla porta. Sua madre. È andata nel bagno per rifarsi il trucco, ma non è riuscita a nascondere gli occhi arrossati e le pieghe del suo viso, precocemente appassito. “Tra due minuti te la lascio.” Stringo la bambina in un abbraccio prezioso. Odio quando il mio lavoro mi spinge a dover unirmi così tanto ai bambini. In tanti anni non sono mai stata pronta al Saluto. Non ho ancora capito come far tornare il sorriso sul mio viso. I bambini sono tanto più intelligenti di quanto si creda, tanto più intelligenti di quanto i loro genitori credano. È il loro corpo quello che viene esaminato e colgono gli invisibili sguardi di sconforto dei medici. Ginevra ha tredici anni, e ha colto tutto quello che sua madre sperava le venisse celato. Ginevra rischia di venire soffocata dal suo stesso respiro. Vorrei poter trafiggere con il bisturi il confine tra vita e morte, poter perforare la zona di mezzo in cui vengono ingabbiati i bambini malati terminali, poter recidere la barriera che li separa. Mi porge il naso rosso, ne pesco un altro dalla mia tasca. Come promesso, non piangerò, non davanti a lei. “Aiuta la mia mamma.” “Tu non hai bisogno di aiuto?” Raccolgo la piccola lacrima che le stava macchiando le guance. “Non c’è più tempo…” Entra la mamma di Ginevra, batto due volte mano sulla porta, poi tre. Ginevra, con gli occhi lucidi e grandi, sussurra “Aii”e la sua voce si spezza. “Ciao, pagliaccia!” “Coraggio, G.” Ho operato Ginevra alle 22.43, ha chiuso gli occhi fissi su una pallina rossa, irriverente. Alle 23:05 la mamma ha chiuso gli occhi ed è stata guidata da un’infermiera lontana dal corpo esanime della figlia. Ho aperto il suo torace con un bisturi e ho staccato la spina. Una delicata incisione ha reciso il sottile filo che la tratteneva in questo nostro strano mondo.

“Addio, piccola G.”

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