Il filo reciso

SECONDA CLASSIFICATA

   Nicole Turello

Liceo Artistico Sello – Udine

Nicole Turello

Nicole Turello e l’Assessore Anna Olivetto

Il filo reciso

 

Arretrò di un passo, squadrando inorridito l’errore d’arte che gli stava d’innanzi. Poteva essere arte, forse, o forse no. Non tutta l’arte è comprensibile, si rassicurò. Non riusciva a nascondere l’angoscia che lo stava divorando.

Beau riluceva compiaciuto, da sotto il tavolino di vetro dove si stava nascondendo. Se lo meritava, Alain. Era il giusto prezzo per averlo tradito così.

Il primo incontro che Alain aveva avuto con l’arte era stato esattamente diciannove anni prima, quand’egli non era altro che un bambino innocente, con gli occhi gelidi dello stesso ghiaccio che ammantava il suo piccolo cuore d’uccellino. «Ho capito di aver visto la vera arte» avrebbe raccontato più avanti al suo amico Gerard Bianche, «quando quella sensazione di calore, indescrivibile, oltre alla realizzazione più inebriante, si era impossessata di me, dandomi alla testa; non avevo mai provato niente di simile prima, e non ho più potuto fame a meno. Tu non puoi capire, Gerard, amico mio, ma come vorrei che potessi!»

L’immagine di quella bella donna dai capelli castani e le morbide curve, supina sul pavimento di marmo, il viso contratto dai lineamenti dolci della morte, ricompariva ogni notte nei più begl’ incubi di Alain. Il fluido lago di sangue dal colore• intenso, che si faceva sempre più ampio e circolare, come del miele liquido sull’impiantito liscio, avvolgeva la sua mente nel velluto. Ricordava di essersi specchiato, in quella pozza di miele rosso; di essersi visto come un’ombra, con gli occhi luccicanti, incapace di piangere, sedotto dalle sue stesse emozioni.

Un incidente domestico, aveva saputo concludere la polizia, un’atroce fatalità. La donna, con un coltello da cucina in mano, era scivolata e caduta sul pavimento, tragicamente sopra la lama: una pugnalata e un dissanguamento mortale. Il piccolo aveva visto tutto. Ma successe nel giro di poco che la sua casa diventasse troppo vuota, e suo padre cadesse nella pozza di fango di una depressione che mai ammise, perdendosi. Cercò troppo spesso di affrontare il lutto in compagnia di qualche bella signora dietro un giro di chiave in camera da letto, e del piccolo Alain fu troppo facile dimenticarsi. Così il suo mondo finì per ricrearsi distorto.

Lui non accettò mai come la polizia poté definire incidente quell’opera d’arte che era stata la dipartita di sua madre. Ricordava di aver guardato il coltello, colto da uno strano senso di magnetismo; l’aveva sfiorato, estratto dolcemente, come una spada dal suo fodero di pelle, e in lui era scattato qualcosa, una scintilla, che lo avrebbe tormentato per sempre senza smorzarsi mai più. La ferita mortale era stata precisa, i bordi regolari, di una perfezione assoluta. C’era del sublime in quella pennellata d’artista. Con quale insolenza definirla incidente?

Alain pensò che doveva al più presto rimediare al suo danno. L’errore d’arte, nemmeno trentenne, giaceva immobile ai suoi piedi, su un tappeto di seta del colore del latte. L’aveva macchiato; e anzi il sangue era ovunque. Uno spettacolo impronunciabile. Era stata colpa sua, di Jacqueline. Lo sapeva, Alain, che lei aveva un carattere troppo acceso. L’aveva capito ancora tre mesi prima, quando l’aveva vista per la prima volta in quel café nel cuore dì Parigi; e poi quell’altra volta, a quella festa a casa dell’amica Charlotte. Era rimasto incantato per tutta la serata a guardare le sue morbide labbra mentre si rivolgevano agli invitati. Cosa non avrebbe dato per ascoltare anche la sua incantevole voce… ma dal suo nascondiglio dietro il vetro della finestra, non aveva potuto concedersi il lusso. La fantasia di Alain non s’era più data freni mentre l’opera del suo artista prendeva forma nei suoi pensieri. Quel taglio affondato, preciso… la resistenza cedevole della carne! Beati che pennellava il suo dipinto con quel talento impareggiabile di sempre. Erano anni, ormai, che Alain non poteva fare a meno delle opere di Beati. La loro vista, il solo immaginarle lo ammaliava come i sogni del mattino. Altri artisti erano stati accolti sotto la sua benevolenza, ma nessuno era mai stato incantevole come Beau. Come quando c’era stata quell’altra ragazza, Laurine, l’anno prima. E poi Rosalie, quello prima ancora. E ancora Yvette, Fabienne… Beau aveva dato il meglio di sé, con Fabienne.

Ma Beau? Dov’era Beau? Sotto il tavolo di vetro. «Cosa ci fai, lì, Beau?»

Alain lo prese fra le sue mani dolcemente, lo accarezzò con il cuore colmo di apprensione. La splendida lama azzurra damascata brillò alla luce dell’elegante salotto bianco della casa di Jacqueline, come gli occhi di Alain. L’accurato manico, liscio come il marmo più raffinato, luccicava in tutto l’ineffabile splendore della sua Pietra di Luna. No, nessuno era mai stato come Beau.

Dalla sera in cui la sua infanzia era stata spezzata in poi, la passione di Alain per le lame era fiorita fino a livelli morbosi. Ma i suoi coltelli erano splendidi, meravigliosi davvero. Troppo magnifici per non meritarsi un nome proprio, una stanza in cui abitare e le stesse parole di zucchero che si rivolgono ai bambini.

Beau era nato in Italia, nel nord-est; richiesto in ogni suo più minuzioso dettaglio dallo stesso Alain, sotto nome falso. Forse l’avevano preso per folle, un manico in Pietra di Luna! Solo un collezionista francese poteva spendere un tale ammontare di contante e notti insonni d’attesa per un coltello. Alain, di fatto, era un collezionista. Non di coltelli, bensì di opere d’arte. Ma senza un vero artista sotto la sua ala, un collezionista non è altro che un principe privo di regno.

Fu catastrofico il modo in cui nulla, quel giorno, volle accadere come soleva. Giunto l’attimo perfetto, Alain era entrato in casa di Jacqueline, dalla finestra. Come usuale. Beau era pronto a mettersi all’opera; ma lei s’era subito accorta di loro. Una lampada di vetro opaco, filigranata con pagliuzze d’oro, era volata dritta sulla testa di Alain, mentre Beau, a sua volta, era finito sbalzato per terra. Non c’era stato tempo. Una scheggia fra quei vetri rotti poteva bastare, e Alain non aveva potuto far altro che afferrarla e conficcarla nella gola di Jacqueline; che s’era contorta, era divenuta cerea, e si era fatta accogliere nell’altro mondo strappando via il vetro e soffocando un grido nel suo stesso sangue.

Beati, immobile, era rimasto a guardare.

Così la bella Jacqueline era spirata. Nessun taglio netto, nessuna sensazione afrodisiaca di pelle umana trafitta e lesa; nessuna caduta nel silenzio, nessun lago di sangue perfetto in cui specchiarsi; e soprattutto, nessun artista di mezzo.

Non era un’opera d’arte: Jacqueline era morta. Era semplicemente morta.

Quale orrenda visione! Alain fu colto da una voragine al petto. Non era mai successo; non era mai stato l’autore diretto di quella morte che ora, senza la maschera dell’arte, lo turbava nel profondo dell’animo. Si ritrovò solo, con un coccio di vetro insanguinato d’innanzi; e la disillusione lo paralizzò.

«Tutto ciò che è accaduto poi, lo ricordo in maniera confusa» confessò Alain. «Ti auguro di non uccidere mai nessuno, Gerard. È una sensazione abominevole.»

Il volto di Gerard Bianche rimase incorruttibile e severo. «Jacqueline Dupois è stata la diciannovesima ragazza in diciannove anni di seguito che ha perso la vita per mano tua. Ma ti assicuro che è stata l’ultima.»

«Ti sbagli, Gerard!» Alain si sentì avvampare, e si sollevò dalla sedia grigia per la prima volta dopo tre lunghe ore di interrogatorio faccia a faccia con il capo della polizia di Parigi. «Io non ho mai ucciso prima d’ora. Io sono un mecenate. Colleziono opere d’arte da quando la mia vita ha assunto un senso. Tagli perfetti su corpi mortali. I miei artisti hanno sempre dato il meglio di loro stessi. E non accetto che tu banalizzi il nostro operato in una cosa illogica come la morte!»

E poi distolse lo sguardo, resosi conto di non credere più alle sue stesse parole. Appena lei se n’era andata per sempre, appena lui era tornato lucido per un solo istante, aveva pensato subito all’arte, alla sua maestosità, alla sua intensità. Aveva pensato che magari, in quel caso, era semplicemente riuscita male. Il pezzo di vetro, tutto sommato, era una lama. Come lo era Beau. Solamente più inesperto. Fu l’ultima volta in cui tentò di illudersi. La morte di Jacqueline era stata troppo evidente, troppo vivida, troppo cruda per appartenere al mondo dell’arte. Ma se quell’arte, quella stessa arte che professavano le centotrentadue armi da taglio che Alain possedeva, se quell’arte era stata anch’essa soltanto una grande menzogna, come poteva la vita di Alain essere stata diversa da un’immensa bugia?

Il volto evanescente di sua madre lo attraversò come una scarica elettrica. «Gerani, amico mio, Pensi sia facile ingannare noi stessi?»

«Più facile che lasciare carta bianca alla realtà» rispose il capo della polizia. La stanza color cenere s’inabissò nel silenzio, e la pagina si chiuse.

«Cosa succede, adesso?»

«Spero tu abbia finito di scrivere, Jacqueline. È il momento di andare.»

Erano passati vent’anni da quella notte d’inferno in cui Alain Dubois era stato ucciso. L’aveva amato, Jaqueline, alla follia. Era stata una ragazza di diciannove anni con i sogni al posto degli obblighi, artista promessa della moderna Parigi. Quella mattina fu liberata dal carcere, espiato il suo delitto d’amore.

Vent’anni o un’eternità di reclusione non le sarebbero bastati per dimenticare

 

quella notte. «Scegli me» gli aveva mormorato, con l’anima bruciante. Lui non aveva risposto, aveva sfiorato l’anulare con la fede, e l’aveva lasciata naufragare in quella grande menzogna d’amore in cui fino a quell’attimo lei aveva respirato. C’era una cosa che una volta Alain le aveva detto, e che lei non aveva mai saputo scordare, «Esiste un filo che ci mantiene legati alla realtà, e ogni menzogna che raccontiamo a noi stessi è una lama che lo recide di netto. Ci mentiamo per il bisogno di sopravvivere, penso. Per non lasciare carta bianca alla realtà.»

Era stato il motivo per cui, in tutto quel tempo, Jacqueline non aveva mai smesso di scrivere quella storia su di lui. Aveva voluto rifugiarsi in quella legge delle bugie, e cancellare la parte in cui lei aveva avuto letteralmente il coltello dalla parte del manico. Aveva voluto recidere il filo, reinventare quella storia daccapo; ribaltare i ruoli, lasciando fare ad Alain l’assassino che rubava la vita a lei.

Jacqueline non aveva mai incontrato Fabienne Dubois. L’aveva vista una volta al processo, e alcune volte al di là del vetro della finestra del salotto, a casa dei due, mentre cercava di scoprire fino a che punto il marito fosse capace di amarla.

Non immaginava che Fabienne sarebbe stata in grado di aspettarla per vent’anni. Ritrovarono Jaqueline nella notte, supina sull’asfalto della strada, il viso contratto dai lineamenti dolci della morte. Le luci di Parigi lambivano il suo corpo come fanno le farfalle con i petali del gelsomino. Sembrava quasi un’opera d’arte. Accanto a lei luccicava nel buio un coltello affilato dal manico bianco.

Anche Fabienne conosceva quella vecchia storia sul mentire a se stessi. Tuttavia scelse di credere che ucciderla avrebbe permesso ai frammenti di vetro della sua vita infranta di riassestarsi una volta per sempre. Alain non sarebbe tornato; ma lei doveva sopravvivere, seppur il suo cuore avesse smesso di battere assieme a quello di lui. Diventò succube di quella legge dell’inganno; come Jacqueline, che non aveva mai accettato l’impossibilità del suo amore, e come PAlain che aveva avuto vita solamente nell’inchiostro di un racconto, e che non aveva mai voluto comprendere la realtà della morte, confondendola con l’arte.

Quella vendetta fu la lama con cui Fabienne recise il proprio filo di netto. Ma in fondo chiunque, almeno una volta, aveva reciso quel filo, pensò.

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