Non chiamarlo amore

 

TERZA CLASSIFICATA

Fiorenza Boscarol

Liceo Scientifico Guglielmo Oberdan – Trieste

Fiorenza Boscarol

Fiorenza Boscarol

 

Non chiamarlo amore

“E adesso?

E adesso cosa fai? Cosa farai ora?

Ah, giusto, imbavagliato come sei non puoi rispondermi. Ma quell’espressione di terrore nei tuoi occhi? Ah, quella non mente!

Vedo che hai paura di me, ora.

Guarda questo coltello! Guarda com’è lucente_ e immagina come sarà sporco, sporco del tuo sangue, una volta che avrà accarezzato il tuo cuore!

Ora cominci ad aver paura, eh? Ora chi ha paura? Ora chi ha paura?!

Non io di certo. Ora sei tu quello che deve avere paura.

Ma guardati, così grande e grosso e stai tremando come una femminuccia! Come una bambina!

Ora non sono io la bambina che ha paura.

Non tremerò di certo se mi tirerai di nuovo schiaffi o calci. Non passerò un’altra serata a piangere e a vergognarmi di me stessa, cercando di coprire i lividi che tu mi hai procurato. Non mi si spezzerà il cuore quando mi insulterai. Non avrò paura di nuovo, ti ripeto, perché non ci sarà un’altra volta. Ora basta.

Ora hai paura di me, vero?

Quei calci, quegli schiaffi_ Li ho sopportati per troppo tempo.

Troppo tempo sono stata costretta a mentire, a dire che i lividi e i tagli erano colpa delle mie distrazioni_ Quella botta è colpa della caduta dalle scale, quella cicatrice del coltello da cucina_ E tutto per coprirti, mentre continuavo a dire che il mio compagno era perfetto, amorevole come sempre!

Eppure… eppure mi avrai amato una volta. Ne sono certa.

I tuoi occhi_ mi ricordo come mi osservavano, mentre eravamo all’università. Il professore spiegava e tu non riuscivi a tirarmi via gli occhi di dosso.

Te lo ricordi?

E quella sera, quando mi hai chiesto di stare con te di fronte al mare? Te la ricordi, quella sera?

Quanti anni sono passati da quella sera?

Poi è stato tutto magnifico. Mi ricordo quando mi hai presentato ai tuoi, ti avevano fatto i complimenti per la scelta. I complimenti!

E quando io ti ho presentato ai miei? Un tesoro, proprio un bravo ragazzo, hanno detto. Se sapessero cosa è successo dopo si sarebbero ricreduti, i miei. E anche il resto della mia famiglia, perfino mia sorella ha detto che eri fantastico! Un mostro, non sei nient’altro che un mostro! Dopo un periodo meraviglioso, è arrivata la convivenza. Dividere finalmente una casa, un pasto, un letto_ era il sogno della mia vita.

Che illusa sono stata! Non sapevo ancora con chi avevo a che fare!

E a un certo punto sei cambiato.

Di colpo non mi volevi più, nulla andava più bene. Neanche se ti portavo la birra sul divano mi guardavi più.

Dopo il tuo licenziamento sei diventato un mostro. Ce la potevamo fare lo stesso con il mio stipendio, almeno fino a che non trovavi qualcos’altro.

Ma questo non andava bene. Per niente.

Invece picchiandomi la sera, dopo il bar con gli amici, hai proprio trovato una soluzione ai nostri problemi_

Ma bravo! Proprio un adulto sei! Responsabile e maturo! Soprattutto quando ti addormentavi sul divano con la tivù accesa, completamente anestetizzato dall’alcool. A quel punto potevo stare tranquilla che non ti saresti svegliato e non avrei ricevuto altre botte.

E io?

Io?

Io sono stata una stupida!

Sentivo che non potevo lasciarti.

Forse mi amavi ancora. Magari era solo un periodo difficile. Forse avresti smesso di ubriacarti la sera e saresti tornato quello che conoscevo.

Avrei dovuto dirlo a qualcuno molto tempo fa. A mamma magari, o a mia sorella. A qualche amica.

E invece non ho fatto niente.

Come potevo distruggere la nostra immagine di fidanzati perfetti? La mamma avrebbe fatto di tutto per convincermi che era colpa mia, che tu eri un bravo ragazzo ed era giusto tornare da te. Mia sorella avrebbe fatto lo stesso,

e anche le mie amiche.

Del resto ai loro occhi eri perfetto. Sempre gentile e premuroso, sempre cortese e affabile. Fuori casa anche sì, non lo metto in dubbio. Ma non hanno idea di come sei a casa!

Ma adesso lo vedi questo coltello? Lo vedi?

Potrei usarlo per ferirti, per farti provare una minima parte di tutto il dolore che ho subito.

“Ma io non sono come te.

Io non voglio essere un mostro. Non lo voglio e non lo sarò.

Guarda. Sto chiamando la polizia per denunciarti.

Non mi farai mai più del male.

_Pronto, polizia?’

La lama incorrotta cade sul pavimento con un tintinnio.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *