Un taglio dal passato

RACCONTO SEGNALATO

Marco Roncador

Liceo Prati -Trento

 Un taglio dal passato

Quando si rese conto di essersi risvegliato, aprì a fatica gli occhi.. non vedeva niente. Li aprì e li richiuse. Nulla: tutto era buio, di un nero liquido e uniforme.

Provò ad alzarsi, ma gli sembrava che i suoi arti non gli rispondessero: tutto era immobile, statico. Si sforzava di ascoltare, ma ancora niente: solamente silenzio. Spento, fermo, compatto.

Pensò a dove fosse e perché, ma i pensieri morivano appena formati. Era un tutt’uno con il nulla che lo circondava.

In quel luogo senza spazio e senza tempo non poteva fare altro che rimanere fermo, e aspettare.

Camminavano lentamente, inoltrandosi nel bosco; era mattina presto e lo strato di foglie bagnate faceva risuonare ogni passo, ma la loro era una marcia silenziosa; Valter e il nonno tacevano, apprezzando quei momenti di tranquillità, nel mezzo di una natura dai mille colori: il verde degli alberi, il rosso e il marrone delle foglie morte, il bianco delle rocce, l’azzurro del cielo…

Dopo una buona mezz’ora, finalmente Valter vide un grosso porcino, seminascosto tra le foglie ai piedi di una grande pietra, coperta di muschio. Il ragazzo si accucciò e lo estrasse con delicatezza dal terreno, ammirandone la sommità lucida. Lo pulì, raschiandolo dalla terra con il coltellino che gli aveva regalato il nonno la prima volta che lo aveva portato nel bosco: il manico era di plastica rossa, e il bassorilievo disegnato era ormai irriconoscibile dopo anni di usura. In compenso la lama era intatta, se non per una piccola scheggia sul taglio.

Pose il fungo nel cesto.

Proseguirono per circa due ore, fino a raggiungere la cima della montagna, fermandosi in un piccolo spazio verde, senza alberi.

Valter si mise le mani sui fianchi e prese fiato, contemplando il paesaggio sottostante. Era una vallata stretta, coronata da monti che salivano timidamente, terminando in cime tondeggianti.

Sui dolci pendii dominavano grandi boschi, che lasciavano poco spazio alle case, ammassate in piccoli paesi che punteggiavano la valle

Il sole la inondava di luce, guardandola dall’alto di un cielo limpido.

Lo sguardo di Valter accarezzò la vallata, sorvolando gli abeti secolari, passeggiando tra le strette vie dei paesini, talvolta guadando il piccolo torrente che l’attraversava, finché non trovò la casa del nonno, arroccata sulle basse pendici di un monte, quasi a valle.

Sorrise. Amava trascorrere le vacanze lì, amava immergersi nella natura, lontano per un po’ da un mondo troppo caotico e troppo veloce per lui. Sarebbe rimasto due settimane: era felice.

Era di nuovo nel luogo buio e silenzioso. Ma questa volta c ‘era qualcosa di diverso: era come se nel mare di nulla che lo circondava rilucessero delle piccole stelle, quasi invisibili, ma difficili da non notare.

Istintivamente, alzò lo sguardo: sopra di lui, in lontananza, splendeva un piccolo sole, troppo pallido per illuminare l’ambiente, ma abbastanza forte da far lacrimare. Cercò di schermarsi gli occhi, ma i suoi arti ancora non rispondevano.

Allora rimase lì, con le palpebre socchiuse, ad ammirare quel sole come una speranza lontana.

Tornati a casa verso mezzogiorno, il nonno impugnò il suo coltello e iniziò a pulire i funghi dalla terra residua; Valter frugò nelle tasche, ma non trovò il suo. Terrorizzato dall’idea di aver perso un oggetto tanto caro, il ragazzo iniziò a cercare un po’ ovunque, invano, ma il nonno lo tranquillizzò, promettendogli che dopo pranzo sarebbero andati a cercarlo: conosceva a memoria i suoi boschi ed era abile nel ritrovare le cose. Il giovane si sedette e il nonno gli passò un coltello da cucina.

Mentre lavoravano, l’uomo raccontava uno dei suoi soliti aneddoti di giovinezza, ai quali però aggiungeva ogni volta particolari più o meno verosimili, che rendevano i suoi racconti sempre divertenti.

Ogni tanto la narrazione si interrompeva e il nonno scoppiava in una grassa risata, familiare quanto contagiosa, tanto che Valter non poteva trattenersi dal ridere con lui. Era da poco passato il mezzogiorno quando in quella giornata calda, quasi secca, sotto un cielo azzurro senza nuvole, all’improvviso si udì un tuono.

Era un tuono uniforme, disteso, simile al rullo di un tamburo.

I loro occhi allarmati si incontrarono, interrogandosi senza parole.

Poi il nonno corse alla porta. Il rombo ora era assordante.

Aprì la porta, guardò fuori e rimase immobile. Si girò verso il nipote.

Il suo volto era pallido e gli occhi irradiavano sgomento, terrore.

Valter guardò fuori dalla finestra.

E vide la morte.

E vide che era completamente diversa da come se l’era immaginata: l’aveva sempre vista come una malattia dolorosa, o un’auto che correva troppo veloce, un passo falso sull’orlo di un burrone, e soprattutto molto, molto lontana. Invece la morte era un’onda di fango, che avanzava inesorabile, divorando tutto ciò che incontrava. La morte ruggiva come una tempesta. La morte era vicina, vicinissima, sempre più vicina.

Valter l’aspettò, stringendo il coltello come un’arma.

Infine arrivò. L’onda di fango travolse la casa, frantumandola al contatto. Poi travolse Valter, gli tolse il fiato e lo strinse di nero.

Dopo, solo buio, immobilità e silenzio.

Valter si svegliò ancora una volta nel grande silenzio ormai familiare. Ma non era più un silenzio vuoto, ora era carico di consapevolezza: e la consapevolezza portava paura, sgomento, perplessità e un’amara euforia nel rendersi conto di essere ancora vivo.

La foschia aveva finalmente abbandonato la sua mente, lasciandola limpida come un cielo d’estate. Il suo primo pensiero fu per il nonno: provò a chiamarlo, ma dalla sua gola uscì solo un rantolo strozzato, e un dolore lancinante gli perforò il petto.

Strinse i denti e respirò piano, in attesa che passasse. Poi provò a muovere le braccia, per liberarsi dal fango vischioso che lo circondava, ma il dolore non gli dava tregua.

Si arrese a quella prigionia forzata e innaturale; riusciva a malapena a respirare quell’aria umida e nauseante. Vagò con lo sguardo, in cerca della luce lontana; quando la trovò, si rese conto di quanto, in realtà, fosse vicina, tanto che se avesse potuto allungare un braccio l’avrebbe raggiunta. E non era un sole, ma un varco in un soffitto oscuro. E attraverso il varco si scorgeva un angolo di cielo azzurro.

La stanchezza lo cullò dolcemente, e si riaddormentò.

Quando si risvegliò, il silenzio era rotto da un vociare forte e confuso: la luce aveva fatto violentemente irruzione nell’ambiente e Valter sentiva molte mani forti che tiravano verso l’alto il suo corpo debole e inerte. In pochi attimi, si ritrovò nel mondo esterno, sorretto da uno dei suoi salvatori. L’uomo gli stava parlando, ma l’attenzione del ragazzo era rivolta unicamente a ciò che i suoi occhi doloranti vedevano: il mondo, il suo mondo, trasformato in una landa desolata di fango grigio.

L’anima della vallata era stata estirpata, soffocata, cancellata per sempre. Non c’era più traccia dei bei boschetti verdi, né dei piccoli paesini; persino il torrente era sparito sotto quel sudario grigio.

Una massa di uomini indaffarati si agitava nella zona, urlando, scavando, piangendo. Valter posò lo sguardo su quella che era stata la casa dei suoi nonni: qualche trave di legno spezzata che spuntava dal fango, un muricciolo sulle pendici del monte, il buco dal quale il ragazzo era stato estratto e nient’altro, solo amari ricordi.

La valanga di fango, che aveva travolto e raso al suolo l’intera valle, era scaturita dalla rottura dei bacini di decantazione di una miniera. I morti erano stati centinaia, i dispersi decine: uno di questi il nonno di Valter.

Valter si rifiutò di partecipare al funerale comune delle vittime.

Aveva capito subito che il nonno era morto, che non poteva essere sopravvissuto sotto due metri di fango vischioso; ma dato che il suo corpo non fu ritrovato, inizialmente, rifiutò la sua morte. Non poteva accettare che un uomo come lui, così buono, allegro e pieno di vita, fosse morto in quel modo; non accettava che nel mare delle vittime venisse dimenticata una goccia così unica e bella. Non accettava che venisse ridotto ad un’unità in più, un semplice numero.

Non era rimasto molto del nonno: la sua casa, con tutti i suoi oggetti, le sue fotografie, erano sepolti nella terra con lui, e il suo ricordo era destinato a sbiadire.

E una mattina d’estate Valter si accorse quasi all’improvviso di non ricordare più la sua voce. Certo ricordava alcuni dialoghi con lui, ma nella sua mente le parole erano pronunciate da una voce robotica, che le privava della loro più profonda identità.

E così, trenta anni dopo, decise di ritornare nella sua valle, alla ricerca di quell’identità; mentre guidava, il suo cuore batteva a mille, a metà fra il desiderio di rivedere il luogo tanto amato e l’angoscia di trovarlo cambiato e irriconoscibile; era questa paura che lo aveva tenuto lontano da esso per tutto quel tempo.

Quando entrò in valle, non si guardò intorno, ma tenne gli occhi fissi sulla strada, e si diresse a memoria ai piedi della montagna che lui e il nonno erano soliti scalare alla ricerca di funghi. Parcheggiò l’auto e si inoltrò quasi di corsa nel bosco.

Stette immobile per qualche istante, respirando a fondo quell’aria fresca e un po’ umida che gli era tanto mancata; poi, lentamente, cominciò a camminare, diretto alla cima del monte.

Avanzava a testa bassa, con il cuore pesante per la malinconia, quando, per caso, il suo sguardo si posò su una grande pietra, coperta di muschio.

Come pietrificato, Valter osservò il masso.

Guidato dal ricordo, si gettò a terra per scavare con le mani tra le foglie morte e il terreno umido, finché qualcosa gli fece un piccolo taglio sul dito; quel dolore insignificante fu una rivelazione che lo riempi di euforia.

Dopo pochi istanti, estrasse dalla terra un coltellino dal manico di plastica, di un rosso ormai sbiadito, e dalla lama miracolosamente integra, se non per una piccola scheggia sul taglio.

Col sorriso stampato sul volto e il suo coltellino gelosamente stretto nel pugno, Valter riprese a camminare, immerso nei ricordi.

Alla fine raggiunse la cima del monte, nel piccolo spazio senza alberi.

Quando diresse lo sguardo al paesaggio sottostante, le ultime tracce della paura si sciolsero nel sole che pulsava sopra la vallata, illuminando i boschi che le avevano restituito l’antica bellezza e che con il loro verde avevano cacciato la grigia morte. Quella visione riportò Valter in un tempo passato, ma non perduto, perché viveva in quel luogo, e dentro di lui. E nel silenzio gli parve di sentire, in lontananza, una risata familiare e contagiosa.

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