ELOGIO DELLA CORSA E NON SOLO

ELOGIO DELLA CORSA E NON SOLO

 

Io corro.

A volte lentamente, a volte rapidamente.

Certe volte affondo nel soffice terreno sotto i miei piedi, penetrando in profondità come acqua che filtra nel suolo. Altre invece, ho il tempo di assaporare l’aria immobile che mi circonda.

Con precisione chirurgica lascio la mia traccia: delicata ma netta.

Il mio passaggio non è per niente facile da nascondere. Per quanto si provi a mascherarlo, come un’ombra silenziosa emerge di nuovo. Talvolta nulla ripara il varco tra ciò che c’era e ciò che c’è.

Abile sarto e instancabile lavoratore, Mastro Tempo cuce e rattoppa incessantemente i solchi da me lasciati. Lavora in silenzio, noncurante del fatto che sempre più spesso la mia corsa si potrà ripetere.

Io corro.

Ogni singola corsa è diversa da quella precedente. Non sono fatto per la routine. Azioni ripetute, schematiche, premeditate non fanno per me. Vivo alla giornata e senza troppo potere decisionale, in balia di chi mi ha in pugno.

Non ho bisogno di allenamento. Non faccio fatica e sono nato per correre.

Talvolta quando corro, sono responsabile di cambiamenti importanti, di sorrisi e di felicità. Amo questo tipo di corsa, che un po’ sa di libertà.

Mi ricordo ancora di Filippo. 3200 grammi di dolcezza, bagnati dalle sue lacrime stridule mescolate a quelle commosse del suo papà e della sua mamma. Non è possibile dimenticare una corsa come quella. Una corsa che, in un giorno di pioggia, aveva portato il sole dentro quattro mura di un ospedale, grazie al mio agire, nei panni di un bisturi chirurgico.

Per non parlare poi di quando, le mani abili di Silvana, una nonna un po’ burbera e all’antica, avevano fatto correre forbici e forbicine, assieme a qualche ago e vari tipi di filo, su una stoffa apparentemente grezza. Avevo assistito e preso parte a una magia. La stoffa che fino a poche ore prima non era altro che un ammasso insignificante di colore bianco, era diventata un vestito straordinariamente elegante.

Solo in seguito avrei scoperto che con quel vestito, Emma aveva detto, con la voce un po’ tremante, il “Sì!” di amore eterno a Christian, il cui completo nero si contrapponeva al suo cuore, che splendeva di un rosso acceso di cui solo l’amore vero si colora.

Ma ciò che veramente mi lascia sorpreso, è la noncuranza per il banale di chi mi manovra.

Correre come ho detto, è un’azione non ripetitiva nel mio caso. Ma quotidianamente corro sulle tavole di tutti, nelle cucine più rinomate o nei marciapiedi, dove qualche barbone o viandante, affetta un panino o addenta il suo pranzo.

La banalità del mio esistere quindi, si contrappone alla varietà di scopi a cui posso essere preposto. La mia duplice natura mi caratterizza e mi rende così importante.

Talvolta però vengo dato per scontato, visto con occhi superficiali e disattenti. lo corro. E certe volte, vorrei solo stare fermo.

Come quando scivoli sul ghiaccio, e altro non puoi fare che lasciarti andare. Nessuna forza di attrito riesce a rallentare il tuo andare, niente ti trattiene.

Non posso dimenticare i due occhi innocenti e spaventati, di quel maestoso cervo, le cui corna attiravano la luce del sole come antenne i fulmini. Quel giorno la mia corsa era durata pochi attimi, sollecitata dall’aridità del cuore e dalla passione per la caccia di Giuseppe, un cacciatore di provincia, chiamato affettuosamente “Bigio” dai suoi compaesani, a causa del colore dei capelli.

Grigia era anche la macchia sul collo del cervo, che si nascondeva tra il pelo folto e marrone e quella, fu l’ultima cosa che vidi, prima di correre dritto nella gola di quell’animale innocente.

Innocente lo ero anche io, prima di conoscere Beatrice.

Occhi verdi, capelli biondi, 17 anni compiuti da poco. Gambe lunghe, agili e flessibili, grazie ai continui allenamenti di pallavolo. Seno in crescita e sedere tonico. Sogni tanti e certezze poche.

Ogni mattina per lei la sveglia suonava alle 6.28, tranne la domenica. La domenica non esisteva alcuna sveglia.

Durante la settimana Beatrice si alzava, faceva colazione e si vestiva: jeans larghi, felpa griffata e un sorriso, che indossava come si fa con una sciarpa di lana: al bisogno.

Per lei, ho corso la peggiore staffetta della mia vita. Come le dita modellano il pongo, io scolpivo la sua carne, in una corsa disperata e silenziosa.

Il respiro di Beatrice si faceva affannato, attento a non produrre un qualunque suono udibile dalla madre, che nella stanza accanto stirava i panni, ascoltando uno stupido talk show pomeridiano.

Con estrema precisione, le mani tremanti di chi mi aveva in pugno, limitavano la mia corsa a un movimento preciso: da sinistra a destra. Una, due, tre volte.

Subito dopo, il tutto era coperto da un cerotto o da un po’ di fondotinta e nessuno sembrava accorgersi di niente.

 

Solo poi, le quattro mura di quel piccolo bagno sarebbero state occupate da una folla: di familiari, di medici, di urla, di domande, di ipotesi.

Una parola soltanto era rimasta cucita su di me, quasi come il marchio di fabbrica che mi caratterizza: depressione.

È curioso pensare al fatto che tale patologia sia così classificata: una riduzione di umore, un calo. Secondo me, niente era calato in Beatrice, occhi verdi e capelli biondi. Al contrario tutto si era amplificato: la solitudine, i problemi, la consapevolezza (o la convinzione) di non essere capita.

Quel periodo della mia vita fu quello in cui conobbi il dolore.

lo corro. E penso.

Penso che certe volte dovremmo fermarci. Respirare a pieni polmoni e riprendere fiato. Osservare con attenzione il mondo che ci circonda.

E poi trovare una pozzanghera, una bella grande. E guardarci dentro. E dopo aver visto il mondo intorno, guardare il mondo dentro di noi.

Ogni tanto poi, quando tutto sembra grigio, dovremmo fare un salto a piedi pari dentro quell’acqua piovana un po’ sporca, e far schizzare via tutte le cose che ci trascinano a fondo.

E si, dovremmo anche bagnarci tutte le scarpe, i calzini e i piedi e, se siamo davvero bravi nel saltare il più alto possibile, anche le gambe. Dovremmo ridere incazzati del nostro essere ancora un po’ bambini che, sotto sotto, ci piace. Ma poi dovremmo ricominciare a correre. E poi correre e ancora correre, col vento sulla faccia e il sole sulla pelle.

Io corro.

Penso.

E, ogni tanto, scrivo.