IL MISTERO DELL’UCCISIONE A MEZZANOTTE

RACCONTO SEGNALATO

ASIA VALENT

IC. Trasaghis   (UD)

 

IL MISTERO DELL’UCCISIONE A MEZZANOTTE

Il treno era partito il giorno prima alle 22.00. John Marlin, un trentenne dell’Hampshire, era seduto nel comodo sedile di velluto in prima classe. Un viaggio di lavoro che doveva portarlo da Bruxelles a Lille. Faceva l’impiegato in un ufficio, ma il suo lavoro non lo appassionava più di tanto. Adorava scrivere. Gialli, polizieschi, fantasy…non faceva differenza, bastava che, seduto nel portico della sua villetta con in mano una tazza di thè allo zenzero, gli venisse in mente una trama. In quei momenti scattava in piedi e si precipitava al computer. Quel viaggio, si diceva,lo stava soltanto allontanando dal suo vero lavoro. Dal suo giardino pieno d’ispirazioni , aranci e meli nella bella stagione, rami imbiancati dal gelo in inverno. Il capo aveva provveduto a tutto: biglietto del treno di prima classe, alloggio nell’hotel `Beux’ e ritorno il mercoledì seguente. Lui aveva preparato con cura le valigie con tutto il necessario. Aveva portato anche il portatile ma fino a quel momento non gli era servito. Guardava fuori dal finestrino .Le campagne francesi si stendevano sotto i suoi occhi. Era inverno, la neve copriva gli alberi in lontananza e il rassicurante movimento del treno lo rilassava a tal punto che stava per assopirsi. Il treno stava rallentando. Si voltò per cercare con gli occhi qualcuno a cui chiederne il motivo; si diresse verso il controllore che sedeva in disparte, vicino alla porta del vagone di seconda classe.  Che succede?- Il maltempo non ci permette di avanzare. I passeggeri sono pregati di riunirsi nel vagone ristorante- aggiunse rivolgersi agli altri. John tornò al suo sedile per recuperare la ventiquattrore. Il treno si era fermato del tutto; lanciò uno sguardo fuori e notò che non erano più in campagna, ma in una piccola stazione. Dal finestrino aperto si sentivano le voci concise dei facchini, il ritardo aveva provocato fermento. Raggiunse il vagone ristorante. Il capo treno discuteva con un uomo. Nel resto della sala le persone parlavano tra loro, chi era seduto a tavoli, chi stava in piedi, chi chiamava familiari col telefono per avvisarli del ritardo. Vicino a Marlin, un uomo appoggiato alla parete del carrozza era nell’attesa di chiarimenti sull’inconveniente. Il capotreno riportò il silenzio, tossicchiò e cominciò a parlare — I signori passeggeri ci vogliano scusare per il disagio. Si prega di accettare l’offerta proposta dal gentile signor Guilet, proprietario dell’albergo a quattro stelle qui vicino, l’hotel Roehvellei famoso per l’utilizzo della coltelleria italiana di Maniago. I signori pernotteranno per una notte e, se il tempo lo permette, domani si ripartirà con il consueto orario-. Ci fu un attimo di confusione , poi tutti i passeggeri si affrettarono a prendere le proprie valigie.-Che inconveniente, eh?- Si voltò. Era l’uomo che aveva adocchiato prima. A John non dava fastidio che il treno si fosse fermato; gli• dava l’opportunità di riflettere e forse anche di riposare. L’uomo stava sorridendo – Robert Elson- si strinsero la mano – John Marlin – , -Per quale motivo è qui Lei? -Mi occupo di ingegneria gestionale- -lo di pubblica amministrazione, ma adoro scrivere, tutto quello che mi viene in mente-gli confidò -Non resterò qui all’hotel ma prenderò una vettura per Lille stasera. Domani devo partecipare ad un importantissima conferenza a cui non posso mancare- disse Elson. – A me non dispiace fermarmi qui per un po’- -Sarà meglio andare a prendere le valigie- Robert usci dal vagone e John fece altrettanto. Aveva solo una valigia, La prese e si diresse assieme agli altri giù per la scaletta del vagone. L’aria gelida gli sferzò il viso e dovette coprirsi. L’hotel era 11 vicino: numerosi alberi si ergevano attorno ad un meraviglioso giardino, dava l’impressione di essere molto sontuoso. Un tappeto rosso accompagnava gli ospiti all’entrata; due grandi colonne marmoree sorreggevano il porticato. Entrarono nella grande hall, spaziosa e accogliente, le grandi finestre illuminavano l’ambiente, rendendo il tutto più suggestivo. Ognuno venne dotato di chiave con il numero della propria stanza. Mentre tutti aspettavano che le camere venissero preparate, John per la prima volta guardò gli altri passeggeri. Erano circa una decina. Più in là c’era una coppia di una certa età.

Vicino a loro una ragazza che si passava continuamente la mano tra i capelli, portava due valigie che sembravano pesantissime. Un uomo si appoggiava al muro e osservava il giardino imbiancato. Due donne parlavano tra loro e un ragazzo leggeva un libro. Un gruppo di studenti chiacchierava e gesticolava animatamente. Finalmente un dipendente dell’albergo venne ad avvisarli e tutti salirono la grande scalinata che portava ai piani superiori. Il numero 66 era al secondo piano. John afferrò il bagaglio e salì le scale. Qualcuno si faceva aiutare dal facchino, altri prendevano l’ascensore. Percorse un tratto di corridoio: `…63…64…65…eccola qua!’ pensò. La porta era in legno bianco con il numero in ottone. Strinse la maniglia ed entrò. La camera aveva un bagno sulla destra e a sinistra c’era il letto a baldacchino dalle lenzuola candide e profumate, la stanza era arredata in stile classico, con un grande armadio sulla parete in fondo. Il tutto rendeva l’ambiente accogliente Sistemò il bagaglio sul letto e accese il PC, sedendosi ad un tavolino davanti alla finestra. Controllò le mail, aggiornò il capo sulla situazione, e aprì un foglio di testo. Stette a guardare la pagina per un po’ pensando, scervellandosi, riflettendo su un possibile inizio di una storia. Guardò fuori dalla finestra. Il giardino era incantevole. Fu tentato di uscire, sedersi sul dondolo e pensare. Ma non poteva. Idee non ne aveva. Scrisse una riga, ma la cancellò subito, irritato. No, non riusciva. Chiuse di scatto il computer e decise di disfare la valigia. Aprì la zip, prese lo smoking che gli sarebbe servito l’ indomani e, per non spiegazzarlo, apri l’armadio per appenderlo, quando il suo sguardo venne attratto da una macchia rossa nell’angolo interno del mobile. Era una piccola macchiolina, ma catturò l’attenzione dello scrittore. Ad un tratto una goccia cadde sulla macchietta già esistente. Guardò la parte superiore dell’armadio ma era pulita. Un gocciolio insistente lo portò a guardare di nuovo in basso, La chiazza si era ingrandita in modo sorprendente: adesso copriva circa metà ripiano. Il rosso riempiva il suo sguardo. Il fiato cominciò a mancargli, la macchia si allargava sempre di più e gocciolava sul pavimento. L’odore di sangue impregnava le narici. Restò in stato confusionale per un po’; si sedette a terra. Da quando aveva cominciato a scrivere gli accadeva spesso di avere allucinazioni, era questo il caso? Tenne per un po’ la testa tra le mani, diede un colpo di reni e scrutò l’armadio per cercare l’eventuale traccia di rosso. Niente. Non c’era più niente. Una delle sue solite allucinazioni. Doveva essere stanco. Decise di scendere al piano di sotto per informarsi dell’orario della cena. -Alle 20.00- lo informò un cameriere. Chiese dove si trovasse la sala da pranzo: -In fondo al corridoio sulla destra — Si diresse verso la direzione indicata e vide attraverso i grandi vetri che i camerieri avevano già cominciato a preparare i tavoli per il pranzo. Notò che questi erano ben apparecchiati, venne colpito dalle posate, le stesse che aveva visto – utilizzare dal suo amico Philipp, viveva in un paese del nord Italia, Maniago, famoso per le sue coltellerie. Erano le 19.00 e gli altri compagni di viaggio attendevano la cena. Gli studenti ammiravano i quadri nella sala del biliardo e qualcuno giocava a carte. C’era un atmosfera tranquilla, John pensò di tornare in camera. Ripercorse il corridoio e vide le porte della cucina, un cameriere uscì con dei vassoi in mano. Le porte si richiusero lentamente e John ebbe il tempo di guardare dentro e vedere, appeso con una catena alla parete, un coltello dalla lama lucida. Per un attimo vide la lama coperta da una macchia rossa, ma la visione venne interrotta dalla chiusura della porta. ‘Basta allucinazioni’ si disse. Salì le scale ed entrò in camera. Era stanco e pensò di farsi una doccia, ma preferì riposare. Impostò la sveglia sulle 19.50 e si addormentò. Sognò una stanza tutta rossa. Era incatenato ad una sedia. Ad un certo punto sembrava che le pareti si sciogliessero, il colore gocciolava sul pavimento. Si svegliò con un certo timore ‘del tutto infondato’. Si vesti. Mentre stava scendendo le scale senti un urlo e voci di persone agitate che parlavano concitate. Accelerò il passo. La confusione veniva dal piano terra. Una donna si teneva le mani sul petto e balbettava qualcosa mentre i presenti discutevano. Si precipitò verso Robert, il quale stava osservando la scena con l’ai.‘ ia assorta. —Cos’è successo?- -Un omicidio- disse schietto lui. Il pensiero di John andò alla macchia rossa e un brivido gli percorse la schiena. —Cos’ è successo e chi…- – William Radensbourg, 60 anni, poliziotto in pensione.- ‘Non può essere.. un omicidio?!’ John era turbato dall’accaduto ma anche emozionato. Era bizzarro che, proprio quel giorno, qualcuno avesse deciso di uccidere. La donna si era ripresa e, sorretta dai camerieri, venne fatta sedere. John Marlin si calò nella parte di un investigatore, come nei suoi libri. -Cos’ha visto? – quella parte lo entusiasmava. -Oh.. .è terribile.. -la donna si asciugò gli occhi con un fazzoletto. -Stavo per venire a cenare, quando ho notato la porta della camera del signor Radensbourg semiaperta. Sa, William era un mio amico di vecchia data, ci siamo riconosciuti sul treno. Ho bussato sullo stipite della porta per accertarmi che fosse venuto al piano di sotto, per cenare. Ho scostato leggermente la soglia e l’ho visto …steso sul letto.. circondato da tanto sangue., a quel punto si interruppe e cominciò a singhiozzare. ‘Chi potrebbe essere stato? Insomma siamo qui da poco e non credo che possa essere stato uno di noi.’ rifletté. Si avvicinò ad un cameriere che cercava di imporre la calma, non riuscendoci. -Si sa l’arma con cui è stato ucciso?- -Cosa?Ehm…non so. ..se le servono informazioni può chiedere al proprietario.., lo trova…ehm…là in fondo-. John invece, sali le scale, e cercò di indovinare in quale delle stanze fosse stato commesso il crimine. La porta dacui era uscita la signora era spalancata. Stranamente non c’era nessuno, appoggiò la mano, la accostò e …vide. L’uomo giaceva supino sul letto in una pozza di sangue. Nell’aria c’era odore di morte. Lo spettacolo era terribile. Numerose coltellate al petto. Il viso tramutato in una sorta di grido muto. Guardò i tagli profondi e chissà come gli venne in mente il coltello visto prima. Indietreggiando uscì e chiuse delicatamente la porta. Si precipitò in camera, si sedette davanti al computer e ….scrisse. Scrisse come non aveva mai fatto. Un giallo. Un fantasy. Un horror. Non sapeva neanche lui cos’era. Scrisse fino a tardi. Era notte fonda quando chiuse il computer. Si passò una mano sulla fronte e chiuse gli occhi. Aveva scritto qualcosa, per la prima volta da giorni, forse da settimane. Si alzò e provò a pensare. La visione l’aveva sconvolto. Possibile che ci fosse stato un omicidio a sole poche ore dal loro arrivo? E le coltellate potevano collegarsi al coltello visto? Voleva indagare. Aprì la porta, controllando se ci fosse qualcuno. Uscì e scese piano le scale. Nessuno in giro. A memoria tornò nel corridoio che portava alla cucina. Attraverso i due vetri dell’ oblò, vide. Il coltello non era più al suo posto. Guardandosi intorno con aria circospetta, entrò. Si avvicinò cautamente alla parete dove aveva visto il coltello. Notò un mobiletto in legno che conteneva un set di coltelli, tra cui lo riconobbe. La lama lucida e la fattezza di squisita fattura lo attiravano. Doveva aprire la vetrina almeno per poterlo vedere da vicino. Esercitava una forte attrazione su di lui. Qualcosa di rosso spuntò da dietro la lama. Restò immobile a guardare. La macchia si allargava. Temette di ritrovarsi in quelli incubo di poche ore prima; chiuse di scatto il mobile e uscì dalla cucina. Qualcuno all’esterno gridava; dei poliziotti trascinavano a forza un uomo fuori dall’hotel mentre gli ospiti guardavano confusi . -Cosa succede?- -Hanno arrestato il colonnello Bounty, si pensa che sia stato lui ad aver ucciso Radensbourg, era suo compagno di stanza, lo conosceva fin da giovane e non avevano buoni rapporti- disse Robert, che si era avvicinato. -Non sono stato io!!!-continuava a ripetere l’uomo.-L’arma è stata trovata? -Si è pensato al coltellino che Radensbourg teneva nel cassetto, ma era lindo, senza tracce di sangue; forse Io ha pulito nel lavandino e rimesso al suo posto, senza lasciare indizi‑

Fuori dall’albergo le sirene della polizia si allontanavano, La gente nella hall cominciò a disperdersi. John tornò in camera. “E’ stato quel coltello a uccidere l’uomo”, si ritrovò a pensare. Sapeva di essere irrazionale, ma forse c’era un fondo di verità. Poteva essere stata proprio quella l’arma del delitto. Le visioni lo avevano portato a quella conclusione. Decise di ritirarsi, Ma, prima di infilarsi sotto le coperte, controllò fuori dalla stanza e chiuse la porta con due mandate. Non sapeva perché lo stava facendo visto che il presunto colpevole era stato preso, ma si disse che era meglio farlo. Ripassò mentalmente la presentazione che avrebbe fatto l’indomani, preparò per bene l’abito e sistemò la valigetta sul tavolino. Entrò in bagno, prese lo spazzolino e si lavò i denti. Mentre si spazzolava i capelli notò di nuovo un insolita macchia sulla superficie riflettente dello specchio. Vide la sua immagine mutare e scomparire, mentre tutto diventava rosso. Sentì montare la paura e distolse subito lo sguardo. Usci dal bagno, controllò la porta e cercò di tranquillizzarsi. Non aveva nulla di cui preoccuparsi, era solo stanco. Si stese sotto le coperte e spense la luce Si sentiva a disagio per cui non riuscì ad addormentarsi. Suonò la mezzanotte. Uno, due rintocchi…si voltava nel letto senza riuscire a calmarsi. Le ombre della stanza sembravano muoversi. Dall’esterno non provenivano rumori, tutti dovevano essersi ritirati nelle loro camere. Ad un certo punto senti un rumore. Come qualcosa che grattava sul legno della porta. Rimase paralizzato dalla paura. Il grattare si interruppe e lui seppe che dentro quella stanza c’era qualcun altro. O qualcos’altro. La mente correva ma il corpo era paralizzato. Non riusciva a respirare e una paura ancestrale gli pervadeva le membra. Voleva accendere la luce sul comodino ma non riusciva. Aspettava. Attendeva.

Nel buio qualcosa si mosse. Un bagliore e poi più niente.

Il corpo di John Marlin, giovane trentenne dell’Harripshire, fu trovato il giorno dopo sul letto della sua camera presso l’hotel Rochvelle, senza vita. Aveva tredici coltellate profonde sul petto, in viso una sorta di grido muto. Adorava scrivere, raccontava Robert Elson che Io aveva conosciuto il giorno prima.

Gialli, polizieschi, fantasy…non faceva differenza.

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