Tramonto a Caprera

RACCONTO SEGNALATO

LIBERO MODUGNO

IC DIVISIONE JULIA – TRIESTE

 TRAMONTO A CAPRERA

Il sole stava tramontando. Di lì a poco sarebbe scomparso nelle profondità della grande distesa blu. Un’ombra, appoggiata su una roccia, godeva del pittoresco spettacolo di colori e sembrava abbagliata dal suggestivo panorama che le si presentava davanti. Stando immobile per non guastare la tranquillità dell’ambiente silenzioso, vacillava appena al soffio della dolce brezza che, con una mano materna, accarezzava l’isola. Quando scese il buio, come una coperta distesa sulla terra, l’ombra svanì: un uomo si incamminò tra gli arbusti rigidi e appuntiti, verso un edificio rustico ma curato, posto sulla sommità di un colle. Della casa si poteva notare un’unica finestra illuminata, che l’uomo seguiva come fa un viandante con la stella polare.

Arrivato sulla soglia, si voltò e diede un’ultima occhiata al paesaggio sottostante, che ormai era velato di un color nero seppia; sul mare si distingueva una leggera scia ondeggiante, il riflesso della luna, troppo chiaro per illuminare quell’angolo di terra abbandonato dalla presenza dell’uomo. Il misterioso individuo infine fissò la vecchia porta, entrò, si tolse il cappotto e appoggiò la sciabola che portava al fianco in un angolino, come fosse un ombrello. Accese un fioco lume che ne svelò la figura: era un uomo slanciato e magro. Il suo volto era inciso dai solchi di una vita audace, le guance erano rugose e fredde; gli occhi profondi sembravano nascondere una storia speciale; i capelli, infine, tradivano un’età avanzata. Si recò in una stanzetta dove indossò una comoda vestaglia, cenò in modo frugale, poi si distese su un rozzo letto di paglia.

Lasciamolo ora riposare in pace e torniamo in quell’angolino, dove era stata riposta quella spada dalla foggia ordinaria, ma dal passato avventuroso.

Era una sciabola semplice, con una lama ben curata; nonostante il tempo e i suoi graffi, anche profondi, scintillava come uno spicchio di luna. L’impugnatura di metallo era rivestita solo internamente di pelle ormai usurata, e sul fondo c’era una emme, probabilmente il marchio della fabbrica dov’era stata forgiata. Quella sciabola era stata fedele all’uomo fin dalla nascita e, probabilmente, vorrebbe raccontarvi le sue avventure, ma poiché ne possiede il dono della parola, né fu creata per questo, racconterò io la sua storia e, con essa, qualche episodio della vita straordinaria del suo illustre proprietario…

Ci troviamo a Nizza, una cittadina a lungo contesa tra Italia e Francia, dove, in una modesta abitazione, venne alla luce un neonato a cui fu dato il nome di Giuseppe Maria.

Era l’estate del 1807. Quando lo portarono fuori dalla camera dei genitori, il padre lo prese in braccio e lo baciò teneramente. Lì vicino, appesa al muro, assisteva alla scena una sciabola scintillante, che era stata acquistata dal padre a buon prezzo qualche giorno prima: un dono inconsueto da parte di un pescatore poco avvezzo alle armi. Il tempo passava, il piccolo cresceva velocemente. Apprese l’arte del mare dalla famiglia con interesse e impegno e, a sedici anni, spinto dalla sete di avventura, si imbarcò come mozzo su un brigantino, sempre accompagnato dall’immancabile sciabola.

Un giorno, in una piccola e insignificante cittadella portuale di cui non rammento il nome, incontrò un giovane intellettuale. Parlava di politica, di unità e solidarietà, di società segrete e di rivoluzione. I suoi occhi si infiammavano: cercavano e trovarono complicità. Giuseppe sfiorò l’elsa della spada e lanciò lo sguardo al di là del mare: un destino di lotta e d’amore lo chiamava a sé come una Sirena irresistibile. Le sue avventure cominciano qui e di esse potrei fare un romanzo, ma questa non è la mia intenzione.

Ricorderò perciò alcuni eventi, secondo il mio estro … Giuseppe era partito da Marsiglia sulla Nautonnier, diretta a Rio de Janeiro. Si era imbarcato sotto falso nome, senza bagaglio e senza denaro: con sé aveva solo una buona dose di audacia e coraggio. Il viaggio era durato alcuni giorni e al suo arrivo non aveva trovato che pochi connazionali ad accoglierlo. Il porto di Rio de Janeiro era molto movimentato. Arrivavano navi cariche di schiavi, altre partivano per chissà dove: molti neri caricavano merci pesanti e soffrivano il caldo e le sferzate del padrone. Lì vicino c’era il mercato. Misere baracche occupavano disordinatamente la piazza: enormi caschi di banane e sacchi di cacao accatastati sui banchi invogliavano le frotte di donne, bambini e marinai a caccia di qualche buon affare. Giuseppe era inebriato da quei carosello di colori e di profumi esotici. Si trovava così lontano dalla sua Nizza, eppure sentiva che anche quel remoto angolo di mondo era casa sua. Poi, in tutto quel trambusto, aveva notato una donna tra le altre, con un sorriso magnetico, che lo aveva abbagliato. La donna era molto giovane, aveva due occhi neri, profondi e misteriosi; le labbra rosse e la carnagione dorata contrastavano con i capelli bui.

La giovane conversava animatamente con una massaia paffuta: discutevano sul prezzo di un sacco di arachidi.

Giuseppe sfoderò la lama. Puntò il sacco e lo squarciò« Si ritrovarono chini sulla strada a cogliere i frutti di un amore appena nato. Si ritrovarono vicini Giuseppe, la ragazza dallo sguardo di velluto e la spada che le aveva trafitto il cuore.

Le imprese in America resero il giovane Italiano sempre più forte e generoso: aveva combattuto in Brasile e in Uruguay in nome della libertà.

La sciabola l’aveva accompagnato come un fratello nei momenti di difficoltà: aveva sbaragliato i nemici, aveva conquistato gli obiettivi, il rispetto, l’onore.

Giuseppe con i suoi legionari volle indossare una divisa rossa, simbolo di rivoluzione e coraggio; aveva la spada e una moglie devota al fianco. Aveva imparato a cavalcare la vita da eroe: dove c’era odore di sommossa, lì si precipitava il generoso paladino della libertà.

Da Quarto al Volturno fece l’Italia e la consegnò al re. Lui lo ringraziò simbolicamente, donandogli una sciabola nuova, che finì presto appesa sulla parete di casa: era ornata di preziose gemme, non era adatta alla guerra.

Nessun tesoro avrebbe mai preso il posto della prode sciabola che gli era stata regalata alla nascita.

Il sipario calò, quando l’eroe affiancò i Francesi per difendere quella che non fu nemmeno la sua patria dagli invasori prussiani. Lo scontro fu molto duro, i soldati erano stanchi, molti erano morti, i sopravvissuti vivevano in condizioni disperate. Giuseppe guidava i volontari: quel ruolo, seppur difficile, aveva i suoi vantaggi come una coperta calda la notte, cibo migliore o qualche indumento pulito.

I Prussiani alla fine non si arresero, Giuseppe, invece, preferì ritirarsi.

La lama cominciava a cambiare colore: era la ruggine del passato, dei corpi dei caduti, dell’ultimo respiro della donna più amata.

Giuseppe si sentì per la prima volta un po’ stanco di combattere. Depose la spada in un angolo, di fronte al letto. La contemplava spesso sospirando. Le avventure di Giuseppe si dissolvono in quel momento, ma la sua storia no.

Torniamo dunque a Caprera, nella casa dove l’uomo si era coricato, fiacco ma sereno. Aveva gli occhi socchiusi: forse i pensieri stavano già diventando sogni. Forse sognava battaglie, o forse l’abbraccio di Anita, sua moglie.

Il sonno che aveva cominciato non sarebbe mai finito, ma la sua storia restò e fu narrata di padre in figlio come fosse una fiaba.

Quel giorno era il due giugno 1882.

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