Racconto 3° classificato – Scuola secondaria di 1° grado

 

Il contesto in cui è ambientato il racconto è tratteggiato con grande efficacia e crea un’atmosfera fiabesca. La vicenda, dolorosa e vera, vede i due giovani protagonisti di fronte al male del vivere, un problema che oggi troppo spesso sfiora anche le giovani generazioni. I dialoghi, i gesti, le descrizioni raccontano di una grande sensibilità umana che, sola, forse può guarire e salvare. La sensibilità sia sul piano dei dettagli che sul versante dello stile narrativo ha reso l’elaborato meritevole del terzo premio. (motivazione del premio)

 

Asia Rosolen

Asia Rosolen sorridente riceve le congratulazioni del Sindaco Andrea Carli

ROSE, MIELE E SOFFERENZA

di Asia Rosolen

Istituto Comprensivo di Maniago 

Scuola Secondaria di 1° grado

 

Asia Rosolen sorridente riceve le congratulazioni del Sindaco Andrea Carli

 

 

Stava seduta sullo steccato, la chioma mossa da una leggera brezza, gli occhi di sedicenne malinconica persi tra le nuvole di quel pallido cielo. Più la guardavo, più non riuscivo a distogliere lo sguardo da quella ragazza. Aveva i capelli di cioccolata e la pelle chiara quanto lo zucchero filato. Quella gelida mattina di dicembre era scaldata dalla sua presenza. Bastava chiudere gli occhi per un secondo e inspirare dal naso per riuscire a percepire un inconfondibile profumo di Rose e Miele nell’aria. Speravo in un suo sorriso, un sorriso di quelli a trentadue denti, di quelli che contagerebbero chiunque. Volevo vederla felice anche se non era il momento adatto.

– Beatrice – sussurrai. La voce tremava, le parole quasi incomprensibili. Non rispose; fece finta di non sentire, o probabilmente non sentì, causa il mio bassissimo tono di voce.

-Bea- Provai di nuovo.

Nessuna risposta.

Mi feci strada tra la neve alta. Il dolce profumo di Rose e Miele si faceva sempre più intenso. Mi sedetti vicino a lei, sullo steccato di legno. Un lieve scricchiolio accompagnò la mia seduta. Le sfiorai la mano sinistra, ma la scostò bruscamente. Senza dire una parola le presi il viso tra le mani. Vedevo i suoi occhi scuri urlare di rabbia; chiedevano aiuto, imploravano qualcuno di porger loro una mano per rialzarsi. Per un attimo mi sembrò di vedere, scrutando quelle due perle, il riflesso di una bambina dall’aria malinconica, con gli occhi colmi di lacrime. Posai lo sguardo altrove, verso il cielo. Nella luce fioca, un bocciolo di Sole se ne stava al limite delle montagne aspettando di sbocciare.

L’alba era alle porte.

-Andiamo a casa!- le sussurrai.

Un lieve sorriso si formò all’angolo della bocca di Beatrice, ma allo stesso tempo una lacrima le scivolò giù giù verso il mento, solcandole le guance di zucchero. Poi all’improvviso, con tutta la rabbia che poteva dimostrare, si tolse e scagliò lontano uno ad uno i braccialetti che le decoravano i polsi, scoprendo così delle fasce sgualcite e scolorite. La brezza che agitava le fronde degli alberi attorno a noi, facendone cadere la neve soprastante, era la stessa che scuoteva i capelli di cioccolato di Beatrice, tremolante per il freddo o forse per la paura. Mi tolsi il cappotto e lo appoggiai sulle sue esili spalle. Tornai a sedere e di nuovo uno scricchiolio accompagnò i miei movimenti. Il bocciolo di Sole stava sorgendo, illuminando quel grigio cielo senza stelle. Quando ebbe di nuovo la mia attenzione, senza un briciolo di esitazione, Beatrice srotolò i bendaggi, il debole sguardo basso verso i polsi. Le fasce scivolando, sembravano non finire mai. Quando finalmente, notai in trasparenza l’estremità del lembo del bendaggio, alzai gli occhi al cielo, accecato da una luce rossa: il bocciolo di Sole era esploso in una danza di luci; schizzi di colore si facevano strada tra le nuvole, donando vita a quella monotona mattina di dicembre. Sentii Beatrice singhiozzare e quando finalmente la guardai, non riuscii a trattenere una lacrima. Le mani alte verso il cielo, come ad offrirmi qualcosa e tagli, tagli non troppo profondi, sulla parte inferiore dei polsi, da destra verso sinistra, recenti poiché il sangue affiorava dalla sua pelle e correva lungo le esili braccia. Non sapevo né cosa dire, né cosa fare. Mi sentivo a disagio e Beatrice lo aveva di certo capito. Stava in silenzio con gli occhi sbarrati e le labbra socchiuse, i Jeans sporchi di sangue e le fasce adagiate sullo steccato. Sembrava pentita di quello che aveva fatto. Mentre una lacrima le scorreva lungo la guancia sinistra, una gocciolina di sangue scivolava lungo il suo braccio ossuto e, arrivata al gomito,  precipitava dolcemente verso il suolo, sprofondando nella neve candida. Mi lanciò un’occhiata dritta negli occhi, ma non riuscii a reggere il suo sguardo.  Bea trattenne il fiato per un secondo, si passò le mani tra i capelli, poi le guardò. I suoi occhi non riuscivano più a contenere quel pianto e la sua voce aveva fallito nel soffocare un urlo di disperazione. Vedevo le sue lacrime rovinarle il trucco, solcare le guance e, una volta arrivate al mento, scivolare lungo il collo. Mi guardò nuovamente e, questa volta, vedendomi accennare un sorriso, si asciugò rapidamente le lacrime imbarazzata, aggravando la situazione della matita sciolta sotto i suoi occhi.

Sono certo che nessuno in quel momento, avrebbe avuto il coraggio di abbracciare quell’esserino, seduto lì di fronte amareggiato e forse un po’ deluso, per di più orridamente sporco di sangue da testa a piedi. Ma avevo i miei giusti motivi, e lo feci. Non mi importava di quello che avrebbero potuto pensare o fare gli altri. Io ero io, in quell’istante e per sempre, e nessuno mi avrebbe portato via Beatrice, nemmeno lei stessa.

– Perché?- sussurrai guardandola.

-Non resistevo più, sentivo che ogni singolo pezzetto di me precipitava giù e una volta toccato il fondo sarebbe rimasto lì e il mondo si sarebbe dimenticato di lui. Ho iniziato due mesi fa. Per qualche motivo c’era un coltello appoggiato sulla scrivania di camera mia.  L’ho preso in mano e sono rimasta incantata nel vederlo scomparire di profilo. Ero affascinata dal quel freddo oggetto. La luce che entrava dalla finestra si rifletteva sull’acciaio lucido del coltello, evidenziandone l’affilatura- Mentre mi parlava del fascino esercitato da quell’oggetto tagliente, vidi i suoi occhi splendere tanto da suscitare in me una forte sofferenza. -Scorrevo le dita lungo la sua lama tagliente, ma non sentivo dolore, no. Anzi, mi sentivo appagata. Forse era davvero quello che mi spettava, il mio destino, la mia punizione. Non lo so perché l’ho fatto. Sentivo un vuoto dentro di me e non riuscivo a reagire. Poi è diventata un’abitudine!- Si fermò per qualche istante e si asciugò un paio di lacrime in bilico sulle sue guance. Cadde in ginocchio sulla neve morbida. Mi sedetti di fronte a lei e la guardai in silenzio. Improvvisamente riprese:

-E’ tutto dannatamente atroce. Il mondo è atroce. Peccato che l’esistenza non sia soltanto un bel gioco!-

Inspirai. L’aria sapeva di Rose, Miele e qualcosa di amaro, così amaro da farmi arricciare il naso: la sofferenza. Bea mi crollò addosso a peso morto, facendomi scivolare all’indietro. Appoggiò il viso sul mio petto e sussurrò:

-Assurdo. Chi potrebbe distruggere sé stesso?-.

Sentii il suo respiro farsi lento e profondo. Le accarezzai la fronte.

Chiusi gli occhi sorridendo.

 

 

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